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 Il Punto

08 Luglio, 2010
Il welfare sta male e rischia di peggiorare il suo stato di salute di G.Carlo Storti
Cooperazione e volontariato come risorse economiche e sociali

Cooperazione e volontariato come risorse economiche e sociali
Il welfare sta male e rischia di peggiorare il suo stato di salute non tanto e solo per la diminuzione di risorse ( che fra l’altro in Italia sono inferiori alla media europea) ma soprattutto per il degrado della qualità dei rapporti umani, per l’ aumento dei processi di esclusione e per la disgregazione progressiva dei processi di solidarietà.
Si tratta di sintomi di malattia molto gravi, che a lungo andare rischiano di compromettere il senso stesso della comunità e di polverizzare i legami di solidarietà e di coesione sociale che sono alla base della nostra società.
Aumentano e si perpetuano i processi di esclusione e di emarginazione sociale, la dove la polverizzazione dei rapporti umani e il radicamento degli stili di vita esclusivamente orientati "all’ avere" e "al potere", stanno corrodendo il senso stesso di appartenenza a una comunità.
Questo è il punto da cui partire per rilanciare il welfare community.
Oggi si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi, come sta avvenendo appunto nell’impostazione data alla riforma dello stato sociale; così come riferirsi a welfare solo per indicare quel comparto di interventi che riguardano le fasce più deboli della nostra società, appare estremamente riduttivo otre che improprio.
Per welfare è necessario invece intendere secondo la traduzione letterale il "benessere" dell’ intera popolazione e non soltanto gli interventi che tendono a garantire diritti e condizioni di vita minimali per i gruppi sociali che vivono ai margini della società.
Welfare vuol dire benessere sociale, e il benessere sociale si misura in termini di qualità della vita e della convivenza sociale di tutte le componenti di una comunità di persone.
In questi anni si è parlato di società dei due terzi; Jacques Delors ha lanciato l’allarme del progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, indicando questo problema come la sfida più grave per il futuro dell’Unione Europea.
Il riferimento ai problemi del welfare era corretto si è messo giustamente in evidenza un processo di lacerazione della qualità dei rapporti all’interno della popolazione che rischiava di compromettere il futuro delle comunità, intesa come insieme di persone unite tra loro da legami di solidarietà e di coesione sociale.
Anche l’insistenza con cui si parla oggi di esclusione sociale, sostituendo la vecchia definizione di povertà con quella degli esclusi per indicarne le fasce più deboli della popolazione, è un sintomo importante di maturazione nell’analisi del welfare e dei meccanismi che sono alla base della realizzazione dell’obiettivo di un maggiore benessere di tutta la popolazione.
Sono altri, allora, i parametri e le trasformazioni sociali a partire dai quali oggi dobbiamo prendere coscienza di una grave crisi del welfare e preoccuparci seriamente del suo futuro.
Il welfare non si “ rilancia” solo con l’immissione di risorse “ statali” ma con l’individuazione di percorsi complementari e per alcuni versi alternativi.
Di risorse aggiuntive non ve ne sono più.
Va quindi perseguito l’obiettivo di aumentare la nostra “ produttività sociale”
Vi è la necessità di nuovi modelli comunitari, di una più ricca e vasta “ autorganizzazione” della società.
Il vecchio modello statalista è in crisi e la destra europea, in questa fase di acuta crisi economica, lo sa solo smantellare.
I nuovi modelli di “ autorganizzazione” non possono non passare che da un massiccio rilancio della cooperazione sociale e dal volontariato.
Pensiamo soltanto all’importanza delle attività di cura e di educazione, ai flussi relazionali ed affettivi che vengono garantiti dalla famiglia; alla solidarietà diffusa sul territorio, al vicinato, all’impiego capillare e determinante del volontariato in alcune gravi situazioni di emarginazione sociale e di sofferenza.
Queste risorse umane sono l’ ossatura principale del nostro welfare.
Intorno alla famiglia si è andata strutturando una vera e propria costellazione di aree di fragilità e di disagio che rischiano, alla lunga, di compromettere la vitalità e la carica esistenziale.
In particolare va segnalata la situazione di abbandono in cui è lasciata la donna-madre sia nel mancato riconoscimento del valore sociale della maternità e del lavoro in famiglia, sia nel graduale processo di inserimento lavorativo esterno: senza sufficienti supporti in termini di servizi sociali e soprattutto senza la promozione di una politica di lavoro "sequenziale", in grado cioè di favorire il part-time e la flessibilità nelle politiche del lavoro, al fine di proteggere la maternità anche attraverso una maggiore garanzia di entrata e di uscita nell'attività lavorativa; al disagio giovanile, derivante da una mancata valorizzazione della risorsa giovani da parte della società, che da almeno 30 anni con preoccupante progressione rappresenta un grave fattore di rischio della qualità delle relazioni e degli affetti all'interno della famiglia, senza che ci sia stata ancora una risposta adeguata in termini di strategia di struttura societaria, di politica sociale ed economica.
Alla disoccupazione e sottoccupazione crescenti che colpiscono spesso i lavoratori in età media, nella fase di maggior carico familiare per la formazione dei figli e l'assistenza ai genitori; alla politica fiscale che non tiene in considerazione il pesante carico economico che pesa sui membri delle famiglie con i figli, anziani, portatori di handicap.
Non è possibile però continuare a chiedere alla famiglia italiana ( fra l’altro sempre più corta) di colmare i vuoti di uno stato sociale incompiuto e di garantire al tempo stesso processi esistenziali esterni alla famiglia che diano senso e significatività alla domanda di protagonismo, di autoaffermazione e di integrazione che attraversa i diversi segmenti che ruotano intorno alla famiglia: dai minori, ai giovani, alle donne, agli anziani.
Ecco questo contesto richiede più “stato” , ma non come l’abbiamo inteso nel ‘900 e come troppo continuiamo a difendere.
Vanno inserite dinamiche nuove, soggetti nuovi.
La cooperazione ed il volontariato sono quindi strumenti fondamentali per il rilancio di questa coesione sociale che sta venendo sempre meno.
Va quindi stimolata l’autorganizzazione dei servizi sia in forma cooperativa che con strutture di volontariato.
Lo Stato con la “ S” maiuscola deve operare una scelta di accompagnamento e non di surroga o sostituzione.
La destra vuole una società competitiva che si regola sulla legge del più forte.
La sinistra, in senso lato, deve invece valorizzare forme di aggregazione sociale che possono avere sempre di più una valenza economica come la cooperazione ed il volontariato.
Questo creerà contraddizioni,ci costringerà a riflettere e rimettere in discussione le nostre solide certezze ma sicuramente contribuirà a delineare un mondo diverso che vede nel modello aggregativo il modello vincente .

Gian Carlo Storti
storti@welfareitalia.it

Luglio 2010

 


       



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