15 Settembre, 2002
Ancora lunga la marcia del federalismo fiscale
di Gilberto Muraro da lavoce.info del 13.05.2008 - Nonostante la vittoria della Lega, il percorso del federalismo fiscale è ancora in salita.
Nonostante la vittoria della Lega, il percorso del federalismo fiscale è ancora in salita.
Le due questioni fondamentali dei rapporti Nord-Sud e Regioni-enti locali sono lontane da soluzioni condivise e minacciano di creare spaccature all'interno di maggioranza e opposizione.
Non basta il generico invito all'accordo bipartisan. Occorre individuare una ricomposizione di forze che sfrutti le componenti federaliste delle due parti, pur rispettando il vincolo di non creare pericoli al governo. Non è un risultato facile da raggiungere e richiede fantasia, anche sul piano procedurale.
Il federalismo fiscale sembra a portata di mano dopo la vittoria della Lega, rendendo quindi effettivo il federalismo introdotto dal Centrosinistra con la riforma del titolo V della Costituzione. Ètuttavia opportuno avvertire che permangono rilevanti questioni da affrontare.
PEREQUAZIONE NORD-SUD
Prima questione: come sciogliere il nodo Nord-Sud? Il problema è quanto e come il Nord debba sussidiare il Sud in nome del federalismo solidale. Non mancano le controversie interpretative sul comma 3 dell’articolo 119 che parla di perequazione della capacità fiscale.
Personalmente aderiamo alla tesi che occorra perequare le differenti capacità fiscali fino a garantire a ciascun ente, insieme con le altre entrate, la copertura del proprio fabbisogno.
Bisogna dare, dice in buona sostanza la Costituzione al comma 4 dell’articolo119, quanto serve affinché regioni ed enti locali, grazie all’aggiunta di tali trasferimenti perequativi alle entrate locali e alle compartecipazioni al gettito territoriale delle imposte nazionali, siano in grado di svolgere integralmente le loro funzioni. Ma bisogna precisare i due termini di riferimento: lo sforzo fiscale che anche il Sud deve fare e il livello di efficienza che si assume nel calcolo dei costi dei servizi pubblici per determinare il fabbisogno.
E siamo lontani dalla definizione.
Circa il come, il confronto dell’anno scorso, svoltosi attorno al progetto di federalismo fiscale elaborato dal governo Prodi, ma non arrivato a compimento, si era concluso con la vittoria del Sud che pretendeva la perequazione verticale, ossia la triangolazione (il Nord dà allo Stato che poi dà al Sud) anziché la perequazione diretta dal Nord al Sud, ossia la perequazione orizzontale, come chiedeva il Nord, ma anche come auspicava l’Ocse nel suo rapporto 2007 sull’Italia, in nome di una maggiore trasparenza dei flussi.
Anche qui le interpretazioni giuridiche sono discordanti: chi pretende che la forma verticale sia imposta dalla Costituzione, che all’articolo 117 riserva allo Stato la legislazione esclusiva in materia di perequazione territoriale; e chi sostiene che, ovviamente regolando la materia attraverso una legge dello Stato, sia possibile e opportuna la forma orizzontale, sicché il cedimento delle Regioni del Nord nelle trattative andrebbe interpretato come un mero compromesso politico (la solidarietà impone anche di esaudire il desiderio dei beneficiari di ricevere formalmente dallo Stato anziché dalle regioni più ricche). È il caso di riprendere la questione? Ricordando la sistematica e grave opacità nei rapporti tra Roma e gli enti locali, occorrerà almeno vigilare con intransigenza affinché le informazioni sui flussi siano disponibili, tempestive e affidabili.
IL NODO REGIONI-ENTI LOCALI
Seconda questione: come sciogliere il nodo Regioni-enti locali?
Le Regioni chiedono di essere le uniche destinatarie dei trasferimenti perequativi dello Stato ed esse poi ridistribuiranno ai propri enti locali. Ma questi ultimi non vogliono avere intermediari con lo Stato. Sul piano giuridico sembra esserci spazio per tutte le tesi. L’articolo 119, comma 4, dice infatti che “la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo per i territori con minor capacità fiscale”, il che sembra compatibile sia con un fondo unico dato alla Regioni sia con un fondo articolato in più canali con cui lo Stato dà direttamente a province e comuni. Al di là degli argomenti giuridici, sta la diffusa diffidenza delle province e dei comuni nei confronti delle Regioni: il fondo unico regionale “potrebbe” dare risultati migliori (minori costi di gestione e più consapevole redistribuzione locale), ma potrebbe anche invogliare la Regione a tenersi una fetta eccessiva e a distinguere troppo tra enti locali amici e nemici. Il paradosso della devoluzione italiana sta insomma nella permanenza di un municipalismo che in varie parti del paese teme la Regione più di quanto non tema lo Stato.
L’anno scorso sembrava raggiunto l’accordo sul legame diretto con lo Stato da parte dei grandi comuni, con popolazione da specificare, e le città metropolitane, oltre che le province, mentre le Regioni avrebbero ricevuto e ridistribuito tra i piccoli comuni. Invece è stata rottura da parte dei comuni che rivendicano tutti il loro diritto di essere interlocutori diretti dello Stato.
Ultima questione: con quali forze parlamentari portare a compimento il federalismo? La domanda non è retorica, perché i nodi sopra menzionati dei rapporti Nord-Sud e Regioni-enti locali attraversano gli schieramenti e quindi potrebbero mettere a dura prova la pur vasta maggioranza governativa. Non sembra ipotizzabile il ricorso al “voto di coscienza” che viene talvolta usato per delicate decisioni in campo etico.
Ma non basta nemmeno la classica soluzione bipartisan, che vede la maggioranza e l’opposizione, ciascuna coesa al proprio interno, adottare un compromesso.
Qui si tratta di cercare una ricomposizione di forze che faccia leva sulle componenti federaliste esistenti nelle due parti e che tuttavia rispetti il vincolo, per non produrre rigetto, di non creare pericoli al governo. Sarà un risultato non facile da raggiungere, che probabilmente richiederà fantasia anche sul piano procedurale.
In conclusione, attendiamo con fiducia il federalismo fiscale, ma la strada è ancora in salita.
 
Fonte lavoce.info
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