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 Storia Cremonese

25 Febbraio, 2006
Leonida Bissolati, biografia
Cremona, 20 febbraio 1857 – Roma, 6 marzo 1920



Leonida Bissolati

Biografia

Leonida Bissolati (Cremona, 20 febbraio 1857 – Roma, 6 marzo 1920), fu uno dei più importanti esponenti del movimento socialista italiano a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Figlio naturale sino a 18 anni (con il nome di Leonida Bergamaschi) e poi figlio adottivo di Stefano Bissolati (nato nel 1823 a Rivarolo Fuori oggi Rivarolo Mantovano (MN)) che si fece prete in giovane età rinunciando alla veste talare a 37 anni e successivamente direttore della biblioteca comunale di Cremona.

Si laureò in legge a 20 anni a Bologna, aderì ai movimenti socialisti e fu consigliere comunale a Cremona inizialmente nelle file dei radicali per poi avvicinarsi al movimento socialista. Fu eletto per 18 anni, a partire dal 1880 con incarichi all'assessorato all'istruzione. Nella sua città natale esercitò la professione di avvocato pubblicando numerosi articoli su riviste e quotidiani.

Tra il 1889 e il 1895 organizzò le agitazioni contadine e le lotte sociali per una migliore condizione di vita nelle campagne. Nel 1889 fondò «L'eco del popolo», che successivamente divenne l'organo locale del Partito Socialista Italiano e pubblicò una parziale traduzine del Manifesto di Marx e Engels. Nel 1896 divenne direttore de "L'Avanti!", organo ufficiale del Partito Socialista Italiano, lo lascia nel 1903 per poi riprenderlo tra il 1908 e il 1910.

Nel 1897 fu eletto al parlamento italiano come deputato nel collegio di Cremona. La sua mancata opposizione alla Guerra di Libia provocò le sue dimissioni da parlamentare socialista nel febbraio del 1912 e cinque mesi più tardi fu espulso dal Partito Socialista Italiano. Bissolati non rinunciò tuttavia all'attività politica, concorrendo alla fondazione del Partito Socialista Riformista Italiano e diventando ministro nel 1916. Alla fine della grande guerra, avallò la delimitazione delle frontiere, in accordo coi principi della Società delle Nazioni ma i contrasti che ne derivarono lo spinsero a ritirarsi dalla scena politica alla fine del 1918.

Sposò Ginevra Caggi, morta di tisi nel 1894.

Morì a Roma nel 1920 per un'infezione post operatoria.

fonte: wikipedia

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Dicono di lui

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Articolo per la pagina culturale de “L’Avanti”

Di Leonida Bissolati, antico direttore di questo giornale, anche gli avversari, non possono che parlarne bene dal punto di vista della onestà intellettuale e della generosità nell’impegno politico. Negli ultimi anni della sua vita ebbe ad affrontare la drammatica esperienza della Prima Guerra Mondiale:...(continua)
Bissolati era piuttosto neutralista perché non credeva nelle virtù palingenetiche della guerra come facevano gli interventisti rivoluzionari (Mussolini, Marinetti, Corridoni ecc.) né pensava che la Dalmazia dovesse essere annessa all’Italia come ritenevano gli irredentisti più radicali (i repubblicani, i nazionalisti ecc.).
Tra i suoi fans social-democratici a Cremona, sua città d’origine, aveva un giovane ferroviere di origine abruzzese assai dinamico ed energico che diventò in quei giorni con la lettura del “Popolo d’Italia” un’ardente interventista: si trattava di Roberto Farinacci.
Allo scoppio della guerra Bissolati partì volontario perché non si credesse che il suo neutralismo gli impedisse di compiere il suo dovere di patriota, fu sergente nel IV alpini e meritò due medaglie d’argento. Si noti che aveva già 57 anni perché era nato nel 1857. Entrò poi a far parte del ministero di unità nazionale Boselli quindi, dopo Caporetto, fece parte del ministero Orlando da cui si dimise al principio del ’19, proprio perché non era d’accordo sulle rivendicazioni italiane in Dalmazia. Roberto Farinacci invece rimase a Cremona perché dipendente militarizzato delle ferrovie.
Nella primavera del ’19 si tentò di organizzare intorno a Bissolati un movimento di combattenti e reduci democratici posizionato sul centro-sinistra e che potesse dare appoggio e copertura reducistico-patriottica ad un eventuale governo Giolitti. A questo proposito fu organizzato un grande comizio di Bissolati alla Scala di Milano ma Mussolini e Marinetti, gelosi della personalità bissolatiana, disturbarono personalmente la manifestazione e gli arditi saltando da un palco all’altro provocarono risse e pugilati al punto che Bissolati non potè finire il suo comizio. Ciò non impedì che per iniziativa dell’ancora entusiasta Farinacci Bissolati venisse candidato a Cremona nel “Blocco delle forze patriottiche” dove fu eletto anche con l’aiuto delle squadre d’azione di Farinacci. Il deputato riformista era però molto imbarazzato dalla invadenza del suo giovane fan che non mancava occasione di metterglisi a fianco rivestito nelle pittoresche divise del primo fascismo. Il futuro ras di Cremona continuò fastidiosamente a visitare anche a Roma il povero Bissolati che nel frattempo si era ammalato e che doveva di lì a poco nel 1920 morire.
Farinacci rimase ammiratore di Bissolati anche dopo l’affermazione del partito fascista al punto che portò Mussolini ad inaugurare il 29 ottobre del 1924 una lapide in onore del deputato riformista a Pescarolo. La moglie di Bissolati non partecipò alla cerimonia e cercò in tutti i modi di protestare.
Bibl.: R. Farinacci “Storia della rivoluzione fascista” 1937; U. Alfassio Grimaldi e G. Bozzetti “Farinacci il più fascista” 1971; G. Cremonesi “Voci e moniti della vecchia Italia” 1946.

Giacomo Properzj

fonte: www_nuvolarossa.org

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LA POLITICA ESTERA DI BISSOLATI

La preoccupazione centrale di tutti gli scritti e discorsi di Leonida Bissolati su La politica estera dell'Italia dal 1897 al 1920, è quella dei rapporti italo-austriaci di fronte al problema balcanico.

Fino dalle prime manifestazioni del 1897, in occasione della rivolta di Creta e della guerra greco-turca, Bissolati afferma che l'Italia "ha tutto da guadagnare, nulla da perdere, nello sviluppo delle nazionalità balcaniche e nello smembramento dell'Impero ottomano"; che l'Italia deve aspirare in Oriente non alla "occupazione di qualche lembo di territorio", ma al "ripristino della sua potenza commerciale sopra le rive dell'Asia Minore, della penisola balcanica, del Mar Nero"; che per realizzare questa politica, deve sciogliersi arditamente dai nodi della Triplice Alleanza.

Questo iniziale nucleo di idee, ereditato dalla tradizione democratica, si chiarisce durante il decennio successivo; si arricchisce di nuovi elementi più concreti; appare definitivamente elaborato nel gennaio del 1906, in occasione della vertenza franco-germanica per il Marocco.

Sembrava imminente una guerra generale. Da un lato, la Francia, l'Inghilterra, la Russia; dall'altro, la Germania e l'Austria-Ungheria. La diplomazia italiana, impegnata dalle intese conchiuse nel 1902 con la Francia e con l'Inghilterra, rifiutava di lasciarsi trascinare dagli alleati in una guerra, in cui si sarebbe trovata contro non solo la Francia, ma anche l'Inghilterra, per affari estranei al trattato della Triplice. Se scoppiava la guerra, la Triplice cadeva nel nulla e la Germania non aveva più motivo di frenare l'Austria in eventuali tentativi contro gli Stati balcanici e contro l'Italia. Come premunirsi contro siffatta minaccia.

Stringersi risolutamente alla Francia e all'Inghilterra - risponde Bissolati. Ma non abbandonarsi alla cieca: "l'amicizia coll'Inghilterra e la Francia sta bene; ma badiamo di non scuoscuotere d'una soggezione per cominciarne un'altra". E delinea il programma di un accordo fra l'Italia e gli Stati Balcanici, non solamente per resistere alle ambizioni austro-germaniche, ma anche per agire di fronte alla Duplice franco-russa come sistema autonomo, da pari a pari, non come vassalli impotenti ed importuni, paralizzati dalle reciproche diffidenze, imploranti protezione gli uni contro gli altri e tutti contro il nemico comune. "Quest'invito ad una stretta colleganza del nostro mese con gli Stati balcanici, erompente dalla situazione più ancora che dal proposito degli uomini, deve essere accolto dall'Italia, se essa vuole posare il piè fermo sul terreno, dove irresistibilmente è attirata dalla sua nuova politica estera".

La guerra per questa volta fu evitata. E nella soddisfazione generale per lo scampato pericolo, anche la politica dei buoni rapporti italo-austriaci sembrò trionfare. Bissolati salutò con gioia le nuove speranze di pace. Ogni giorno, che la pace conquistava sulla guerra, dava tempo al movimento delle nazionalità slave per rafforzarsi nell'interno dell'Impero austriaco, limitandovi il predominio degli elementi tedesco-magiari; dava tempo agli Stati balcanici, sul confine meridionale dell'Impero, per consolidarsi; rendeva più pericoloso e temerario lo scatto aggressivo dell'Austria verso la penisola balcanica. "Gli Stati balcanici - dice Bissolati alla Camera nel dicembre del 1906 - hanno assunto una forza ed una autonomia, per cui le velleità espansionistiche austriache trovano in essi un'opposizione immediata; sono tramontati ormai i tempi, in cui l'Austria aveva in e Milano il suo servitore nella Serbia. Oggi la potenza degli Stati balcanici è tale che diplomaticamente, economicamente e militarmente, non è affatto una quantità trascurabile: il che io credo debba essere ricordato sempre dai diplomatici, che reggono le sorti del Ministero degli Esteri italiano".

Quest'idea diventa sempre più netta, in tutte le vicissitudini della politica internazionale fra il 1906 ed il 1914. È oramai la direttiva costante della politica bissolatiana. E quando nell'estate del 1914 scoppia la guerra, Bissolati non deve fare nessun sforzo per adattare il proprio pensiero alla nuova realtà.

Sente subito che la guerra fra il blocco austro-germanico e la Triplice Intesa è anche guerra fra l'Austria, che intende sottoporre al proprio controllo la penisola balcanica, e l'Italia che deve difendere la propria indipendenza dal pericolo di essere schiacciata verso Oriente da un vicino così formidabilmente rafforzato. Sente che la guerra, tenacemente deprecata per tanti anni è divenuta inevitabile per iniziativa altrui, sarà guerra di vita o di morte per l'Italia e per l'Austria: o si sfascia l'Austria, o si dissolve l'Italia. E predica l'alleanza fra l'Italia e gli Slavi dell'Austria e l'accordo diretto fra l'Italia e la Serbia per un compromesso su le terre miste dell'Adriatico. Questa politica accelererà lo sfacelo interno della Monarchia austriaca e faciliterà la vittoria. Inoltre prepara all'Italia una magnifica posizione di sicurezza e di larghissime possibilità di espansione economica nel dopoguerra. L'Italia non deve, per discutibili ragioni strategiche, incatenarsi a nuove non necessarie querele. Non deve distrarsi, per miraggio d'occupazioni territoriali nella penisola balcanica, da quello che è il suo problema vitale nel periodo storico presente: garantire libero lavoro ai suoi emigranti e libera circolazione alle sue merci in tutto il bacino del Mediterraneo.

Queste idee non hanno avuto fortuna. Lo stesso trattato di Rapallo, in cui esse si sono realizzate, e più tardi gli accordi di Roma sono venuti dopo che si erano perduti sei anni in lotte avvelenatrici degli animi; sono stati accettati dai più, in Italia e in Jugoslavia, come un armistizio malaugurato in un'ora di sconfitta e di stanchezza, non nello spirito, con cui Bissolati lo aveva proposto: cioè come primo passo e condizione necessaria ad un'intima collaborazione generale.

Leonida Bissolati era troppo fuori delle realtà per i nostri politici "realisti". Essi sí che hanno sempre visto chiaro! Prima della guerra dimostravano come quattro e quattro fanno otto, che ad una guerra fra Germania ed Inghilterra non si poteva"seriamente" pensare. Di intese con gli Stati balcanici non si dettero mai cura; ci aveva pensato ai suoi tempi Cavour, quando gli Stati balcanici erano assai più deboli; poi la tradizione si era perduta. Per l'ora della crisi, i nostri realisti aspettavano dal Governo austriaco un'amichevole "rettifica di frontiere", dopo la quale l'Italia avrebbe marciato a fianco degli Imperi centrali contro la Duplice franco-russa, rimanendo l'Inghilterra neutrale.

Quando la guerra scoppiò, e l'Austria, di rettificar sul serio le frontiere non volle sentir parlare, e l'Inghilterra entrò in campo, allora i nostri realisti si volsero contro l'Austria. Ma con quel profondo senso delle realtà, di cui erano così orgogliosi e che li rendeva così pieni di commiserazione per le illusioni di Bissolati, si immaginarono di poter finire la guerra in pochi mesi, con un solo miliardo di lire preso a prestito in Inghilterra. E continuarono a sperare che la Casa d'Austria avrebbe ceduto per forza più di quanto non aveva voluto concedere per amore, dopo di che le nemiche di un giorno sarebbero ritornate le amiche di sempre. Niente, dunque, compromesso italo-slavo, ma compromesso italo-austriaco. Niente "politica delle nazionalità", ma lotta a coltello contro la unificazione diretta, preponendovi un Provveditore e un collegio arbitrale. Essa era un trait - d'union tra il sud-oriente ed il nord-occidente, slava.

Così i nostri realisti erano portati ad urtarsi contro la politica della Francia e dell'Inghilterra, via via che l'andamento diplomatico e militare della guerra conduceva gli alleati verso il programma dello smembramento dell'Austria e quello dell'unificazione jugoslava. Entrando in guerra, avevano condannato a morte l'Austria; ma facendo la guerra agli slavi anzi che all'Austria, offrivano all'Austria il terreno per mobilitare contro l'Italia gli slavi e prolungare la guerra molto al di là del... miliardo. Finalmente l'intervento dell'America dette il tratto alla bilancia. E si arrivò al Congresso della pace. Nel quale la lotta diplomatica, rimasta latente durante la guerra, diventò aperta ad un tratto: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, a favore degli slavi; e l'Italia, barricata nell'"Hotel Edouard VII", isolata dal mondo, a dir di no, mentre tutto il mondo diceva di si.

E quando le difficoltà sfondavano gli occhi, la responsabilità non si dava a chi aveva condotto il paese in quel ginepraio, ma a chi aveva visto in tempo il pericolo e aveva inutilmente insistito perché fosse evitato.

G. SALVEMINI.
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Guerra Italo-Turca

Il Primo Ministro Giovanni Giolitti, fautore della politica coloniale italiana
Periodo: 1911 - 1912
Luogo: Libia, Mar Egeo
Esito: vittoria italiana; annessione della Libia e del Dodecaneso
Schieramenti
Regno d'Italia Impero ottomano
Comandanti principali
Carlo Caneva Ismail Enver
Forze in campo
100.000 uomini 25.000 uomini
Perdite
6.000 tra morti e feriti 14.000 tra morti e feriti


La Guerra Italo-Turca o Guerra di Libia, si riferisce ai combattimenti tra le forze del Regno d'Italia e dell'Impero ottomano tra il 28 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per la conquista della Tripolitania e la Cirenaica.

Le ambizioni imperialiste dell'Italia spinsero il Paese ad impadronirsi delle province ottomane di Tripolitania e Cirenaica, oggigiorno con il Fezz?n note con il nome di Libia, nonché dell'isola di Rodi e dell'arcipelago del Dodecanneso, di lingua greca, situato nei pressi dell'Anatolia.

Nel corso di questa guerra, l'Impero ottomano si trovò gravemente svantaggiato poiché, nonostante possedesse una flotta moderna, anche se non numerosa, il suo esercito e la sua aviazione non possedevano ancora armamenti moderni e Istanbul non fu pertanto in grado di inviare rinforzi alle province d'oltremare invase.

Sebbene di minore entità, la guerra costituì un passo cruciale verso la Prima guerra mondiale, poiché risvegliò un feroce nazionalismo negli stati balcanici: vedendo la facilità con cui gli Italiani avevano sconfitto i disorganizzati Turchi ottomani, i membri della Lega balcanica attaccarono l'Impero ottomano prima che la guerra con l'Italia fosse finita.
Fra le azioni degne di nota avvenute nel corso della guerra spicca il forzamento dello stretto dei Dardanelli, avvenuto nella notte fra il 18 e il 19 luglio 1912 da parte della 3° squadriglia torpediniere (Spica, Centauro, Perseo, Astore, Climene) agli ordini del Capitano di Vascello Enrico Millo, che si spinsero fino agli sbarramenti di Istanbul e rientrarono senza perdite sotto il fuoco delle difese turche.

La guerra italo-turca fu teatro di numerosi progressi tecnologici usati durante le operazioni militari, in particolare l'aeroplano. Il 23 ottobre 1911, un pilota italiano (cap. Carlo Maria Piazza) sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1 novembre la prima bomba (grande come un'arancia) sganciata dall'aria cadde sulle truppe turche in Libia.

La guerra terminò dopo la presa di Tripoli da parte dell'esercito italiano, e il 18 ottobre 1912 fu firmato il Trattato di Ouchy che cedeva all'Italia le province per il cui controllo essa aveva dato inizio alla guerra. Sebbene le perdite ottomane fossero rilevanti, la Prima guerra balcanica che venne subito dopo distrusse completamente il potere dell'Impero ottomano in Europa, assicurando l'indipendenza alle popolazioni locali (alcune dopo quasi settecento anni), anche se per le province arabe si avviò il lungo e discutibile periodo dei Mandati affidati alla puramente nominale responsabilità della Società delle Nazioni ma, di fatto, spartite fra Gran Bretagna e Francia.

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* materiale organizzato da Gian Carlo Storti il 25 febbraio 2006

 


       



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