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15 Settembre, 2002
Perché diciamo SI al Referendum. Perché ci piace poco la proposta Chiti.
Federico Formisano, Presidente dell’Associazione per il Partito Democratico del Veneto - Nell'allegato il raffronto tra Mattarellum, Porcellum, ipotesi Chiti e soluzione referendaria
Come Associazione per il Partito Democratico, abbiamo sempre sostenuto che non ci piaceva la riforma elettorale proposta dall’ex Ministro delle Riforme, il leghista Calderoli. Quella riforma, approvata a colpi di maggioranza e in conclusione di legislatura, stravolgeva il sistema preesistente e rimescolava le carte a pochi mesi dalla tornata elettorale. Con un colpo di spugna e con un processo tutto interno al Palazzo della politica, veniva cancellata la legge elettorale nata nei primi anni Novanta sull’onda di una forte volontà popolare di cambiamento, determinata dalla constatazione del fallimento di una classe politica coinvolta nella stagione di Tangentopoli e nella fine della prima Repubblica. Allora la strada imboccata era stata quella di un sistema prevalentemente maggioritario, basato su collegi uninominali a turno unico, con una quota proporzionale che garantisse il cosiddetto diritto di tribuna per i partiti più piccoli.
Dopo circa quindici anni dalla conclusione di quella stagione, il Centro destra, che nel frattempo aveva perso tutte le consultazioni amministrative successive e quindi non era più maggioranza reale nel paese, approvava una riforma elettorale che reintroduceva il sistema proporzionale con soglie di sbarramento, ma soprattutto indicava norme vincolanti per la scelta dei parlamentari basate su liste costruite dai partiti, senza alcuna possibilità per l’elettore di influire sulle decisioni effettive.
La riforma Calderoli, inoltre, istituiva un premio di maggioranza per la coalizione anziché per la singola lista, facendo sì che i partiti mantenessero un potere quasi assoluto nello scenario politico italiano. Un accordo per la costruzione di una lista unitaria dovrebbe, infatti, presupporre anche larghe intese di programma, di scelta dei candidati, d’individuazione del leader. E tutto questo non può che produrre una strategia d’unificazione dei movimenti, quello che noi andiamo sostenendo da tempo e che dovrebbe avvenire una volta che sarà definito il percorso verso il Partito Democratico. La coalizione, invece, spesso altro non è che un mero cartello elettorale, destinato a sciogliersi nuovamente nei partiti che hanno contribuito a formarla.
Alla fine, tuttavia, la legge Calderoli ha prodotto tutti i suoi effetti più nefasti: dalla frammentarietà dei partiti che impongono, spesso con un misero 2%, condizionamenti a tutta la coalizione, all’ingovernabilità del Senato in cui i premi di maggioranza, attribuiti su base regionale, hanno finito con l’annullarsi reciprocamente, creando tutti i presupposti per una maggioranza risicata ed aleatoria, soggetta agli umori dei singoli eletti o alla partecipazione degli ottuagenari senatori a vita. Ma, soprattutto, la legge ha evidenziato i suoi limiti più marcati nel meccanismo di scelta dei candidati, delegando solo ai partiti il compito di indicare gli eletti, senza che l’elettorato potesse fare alcunché per indirizzare scelte e preferenze. Di più: questa legge ha acconsentito ai candidati plurieletti di decidere in quale circoscrizione accettare la nomina, per orientare scelte a favore di persone ossequiose alle disposizioni dei capi.
Abbiamo fatto subito presente che questo sistema elettorale doveva essere cambiato e sostenuta la bontà di una scelta referendaria che acconsentisse di ripristinare il sistema maggioritario. Ovviamente abbiamo ritenuto utile che lo stesso Parlamento iniziasse a ragionare sul modo di provvedere, come da sue prerogative, a varare provvedimenti più organici e più vicini al sentire dell’elettorato. In questo caso la raccolta di firme per il referendum diventava solo un modo per far capire che una nuova legge è indispensabile e che non erano accettabili atteggiamenti dilatori od ondivaghi.
Ma, oggi, dopo avere preso visione della proposta presentata alla Maggioranza attuale dal Ministro ai rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, dobbiamo ricrederci: questo disegno di legge, se resterà tale non potrà essere accettato e il referendum diventerà uno strumento irrinunciabile per portare avanti una volontà popolare e restituire credibilità ai nostri organi democraticamente eletti.
La bozza Chiti, non solo ripropone un sistema proporzionale che, di fatto, non lascia alcuna possibilità all’elettore di attribuire preferenze ma lascia inalterati molti dei difetti della legge Calderoli, sia per quanto attiene al premio di coalizione (e non di lista) sia per quanto attiene alla possibilità di candidarsi in più circoscrizioni.
La determinazione popolare deve tornare a prevalere sulla volontà di pochi, sempre più rinserrati in un lontano mondo staccato dalla realtà del Paese. Siamo veramente sicuri che gli Italiani gradiscano di essere rappresentati da Paolo Cirino Pomicino, da Gerardo Bianco, da Margherita Boniver, da Gianni De Michelis, da Carlo Vizzini o da Calogero Mannino, da Giorgio La Malfa o da Ciriaco De Mita, tutti esponenti della prima Repubblica, che fanno a gara per continuare ad inanellare mandati su mandati?
Quale rappresentanza effettiva possono vantare i territori e le province dove spesso sono catapultati esponenti nazionali di partito? E perché non cominciare a valutare il peso politico che può vantare la provincia di Vicenza, forte dal punto di vista economico e sociale, ma assolutamente irrilevante nella componente politica.
Se questa bozza dovesse rimanere nella sua sostanza, noi continueremo nell’impegno referendario. Perché non sia così i cambiamenti dovranno essere radicali: in primo luogo dovrà esserci un ritorno ad un sistema maggioritario; noi crediamo nei collegi uninominali preceduti da primarie che designino i candidati. Questo è l’unico vero modo perché vi sia una reale scelta democratica dei rappresentanti da mandare al Parlamento.
Possiamo discutere per il mantenimento della quota proporzionale, che assicuri il diritto di tribuna anche alle forze di dimensioni più contenute. Possiamo ragionare sull’eventuale adozione di un sistema a doppio turno. Ma non possiamo accogliere suggestioni che lascino inalterata la pretesa dei partiti di scegliere loro in tutto e per tutto la rappresentanza parlamentare.
Le persone si dimostrano sempre più staccate dalla vita politica, ma i partiti sembrano non rendersene conto. Cominciamo a dire agli elettori che dalle prossime votazioni potranno scegliere i candidati alla Camera e al Senato del loro collegio con le primarie, che non saranno consentite le pluricandidature, che diventeranno incompatibili gli incarichi amministrativi con quelli politici, iniziamo a pensare ad un limite nei mandati da parlamentare, da ministro, ecc. Forse restituiremo all’elettorato la voglia di tornare ad occuparsi delle scelte che attengono alla qualità stessa della loro vita.
Federico Formisano, Presidente dell’Associazione per il Partito Democratico - Veneto
Nell'allegato il raffronto tra Mattarellum, Porcellum, ipotesi Chiti e soluzione referendaria
 
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