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 Storia Cremonese

08 Settembre, 2006
De magnificentia et excellentia Cremonae (nel '500)
L'orazione del Sindaco di Cremona per esaltare i pregi della sua città, in occasione del *Derby del Violino*, al Mondomusica 2005

Nell'ambito del salone Mondomusica che si è svolto nell'ottobre del 2005 a Cremona, ha avuto luogo il primo storico Derby del violino, un confronto organizzato allo scopo di evidenziare le diversità e le specificità delle due scuole liutarie, cremonese e bresciana, che hanno contribuito alla nascita, allo sviluppo ed al miglioramento di una tecnica che ha in seguito trovato in Stradivari la sua massima espressione.

Ha vinto Cremona 128 a 65.

Dopo il raffronto tra le tecniche liutarie di Cremona e Brescia e dopo il confronto del suono tra i due violini, l'Hammerle di Nicola Amati e il Giorgio III di Giovanni Paolo Maggini, grazie all'interpretazione del maestro Sergej Krylov, è toccato ai Sindaci delle due città, Gian Carlo Corada per Cremona e Paolo Corsini per Brescia, tenere un'orazione per esaltare i pregi di Cremona e di Brescia sul fronte storico, culturale ed artistico.

Qui di seguito il dotto intervento pronunciato in questa occasione dal Sindaco di Cremona Gian Carlo Corada.

***

La “più cortese, magnanima e liberale che sii in Lombardia” dice della città di Cremona nel 1569 l’incisore Giovanni Maria Cipelli. E un personaggio di lui assai più influente, don Luis de Requesens, governatore dello Stato di Milano, scrive al Re di Spagna Filippo II, nel 1573: “La città di Cremona è la prima di questo Stato dopo Milano e una delle migliori d’Italia”.

Ed in effetti era così.

Popolosa per i criteri dell’epoca (tra i 35 ed i 40.000 abitanti per tutta la seconda metà del XVI secolo) era fiorente per attività manifatturiere e mercantili di grande rilevanza, favorite dalla presenza del Po, ancora utilizzato come via di comunicazione, e dall’essere ubicata ai confini dei Ducati indipendenti di Parma, Modena e Mantova e della Serenissima Repubblica di Venezia.

Il contado, poi, era fertilissimo e nelle annate non di carestia arrivava ad esportare fin quasi la metà dei propri raccolti.

Certo, le condizioni di vita dei ceti bassi, in città come in campagna, erano difficilissime e spesso scoppiavano rivolte, come quella in città dei tessitori, nel 1531-32, o quella a Castelleone, nel 1476, contro la tassa detta “sulle bocche”, quasi contemporaneamente ad una terribile invasione di cavallette e ad una piccola epidemia di peste.

Ma altrove, in Italia per non dire del resto d’Europa, le condizioni erano ancor peggiori. Nelle aree pedemontane, ad esempio, la miseria era maggiore, o nel centro e sud del Paese. Nell’Italia spagnola, comunque, le rivolte maggiori, quasi sempre contro questa o quella tassa, avvennero a Napoli e nel sud.

D’altra parte, Cremona era stata nel passato anche più potente, se non forse più ricca. E non alludo alla Cremona romana, della tarda Repubblica e del primo Impero, quando Mediolanum era meno importante della florida colonia sul Po. Penso alla Cremona medioevale, alla città filoimperiale di Federico I e di Federico II. Quando Milano venne distrutta dal Barbarossa, per un breve periodo fu concreta la possibilità che fosse Cremona ad assumere un ruolo egemone in Lombardia.

La Cremona dei Patari e degli Umiliati, di S. Omobono e di Albizia, la “muliercula” che, con grande scandalo dei benpensanti, arrivava a predicare in Duomo, la Cremona di allora, pur litigiosa e divisa (sorsero addirittura due “municipi”, l’attuale ed il Cittanova), fu una “media potenza” del tempo.

Ma anche dopo, nell’epoca dei Visconti e degli Sforza, fu città di grande rilevanza. Legatissima a Bianca Maria Visconti ed a Francesco Sforza, e dopo la di lui morte ancora alla vedova (tant’è che quando Bianca Maria morì, nelle cancellerie europee corse voce fosse stata avvelenata dal figlio, oltre che per i continui contrasti, per avere cercato di staccare Cremona dallo Stato di Milano), fu destinataria da parte loro di investimenti e di grandi attenzioni.

Nello Stato di Milano dunque, dal 1535 passato stabilmente al Regno di Spagna (unione solo di “corone”, non una fusione o un’occupazione), Cremona occupa un posto di eccellenza.

L’altra città lombarda che avrebbe potuto contenderle il secondo posto era appunto Brescia. Ma Brescia era in un altro Stato, la Serenissima. Francesco Sforza aveva dovuto, dopo varie vicissitudini, cedere con la pace di Lodi del 1454, Brescia, Bergamo e Crema alla Repubblica di Venezia. Colpa di un frate, scrisse con rammarico soprattutto per Crema (che come un cuneo entrava nel territorio del suo Stato), macilento e col pizzetto, che nel momento cruciale delle trattative, quando ancora poteva “portare a casa qualcosa”, gli portò l’ingiunzione del Papa a cedere.

Con Brescia i contrasti erano di lunga data, forse fin dagli albori, quando a Brescia si insediarono i Liguri e nelle valli restarono i Retii. Per le acque dell’Oglio anzitutto, fondamentali per l’irrigazione. Per la concorrenza dei mercanti e per scontro di aree di influenza. Per diversa collocazione “geopolitica” diremmo oggi. Nel medioevo Cremona filoimperiale e Brescia quasi costantemente antimperiale e filopapale battagliarono in continuazione. Nel 1191 i Cremonesi subirono l’onta, dopo la sconfitta nella battaglia di Pontoglio, detta della Malamorte, di vedersi catturato il Carroccio.

Ma nel 1212, all’inizio della straordinaria avventura di Federico II, furono proprio i cremonesi a sostenere il giovane pretendente alla corona imperiale, togliendolo dalle mani dei Milanesi che stavano per catturarlo. “Federico bagnò il fondo delle braghe nel fiume”, scrisse con disprezzo un cronista di parte avversa. Ma i Cremonesi lo salvarono forse dalla morte, certo dalla prigionia. E la storia cambiò. Milanesi e Bresciani non lo perdonarono mai ai nostri avi. Come non perdonarono mai la cattura da parte cremonese e di Federico II del Carroccio milanese nella battaglia di Cortenuova del 1237.

All’epoca degli Sforza e poi nel Cinquecento, Cremona e Brescia vissero dunque in due Stati diversi. Cremona fu sottomessa a Venezia solo per un periodo brevissimo, dal 1499 al 1509 (anche se, possiamo notare con curiosità, fu proprio in quel periodo che nacque Andrea Amati). Brescia per lungo tempo. Città vicine e di confine, Cremona e Brescia. Confini permeabili, rifugio di banditi, varcati ogni giorno da spie ed infiltrati di ogni tipo, pronti a sobillare ad ogni comando dei rispettivi signori. Tempi di ferro e di fuoco.

Molte sono però anche le somiglianze.

Soprattutto, le due città furono accomunate, nel '500, dallo stesso destino di essere, in due Stati diversi, forti e ricche, ma “periferiche” rispetto alla capitale. Non autonome e quindi con poco peso nelle decisioni. Mantova e Parma, ad esempio, con minori potenzialità, erano però capitali di piccoli Stati. E questo significava molto.

Specialmente per quanto riguardava la capacità di richiamo di artisti ed intellettuali, grazie alle straordinarie committenze dei Signori. Paradossalmente (ma non troppo), quanto più lo Stato era piccolo, tanto più il Signore aveva necessità di affermare il proprio prestigio attraverso lo sfarzo della Corte e le committenze artistiche.

A Brescia e Cremona questo non poteva avvenire e le committenze diciamo così “di Stato” mancavano. Mancavano più, però, a Cremona che a Brescia, perché Venezia era comunque una capitale autonoma, Milano no. Nessun Governatore spagnolo avrebbe mai osato tenere “Corte” propria o svolgere una politica autonoma di prestigio: il Re di Spagna temeva spinte autonomistiche a Milano ed il “prestigio” e “l’onore” erano conquistati, oltre che a livello militare, con il mecenatismo.

Da Cremona quindi la “fuga dei cervelli” fu più intensa. E meno verso Milano che direttamente verso la Spagna. I casi più noti sono quelli di Janello Torriani, Sofonisba Anguissola, più tardi il Bertesi. Ma tanti furono i “minori”, gli sconosciuti, che presero la via dell’emigrazione. Oppure se ne andavano a Mantova e Venezia. Pensate a Monteverdi o al figlio di Stradivari.

Ma se se ne andavano, vuol dire che c’erano, direbbe Monsieur de La Palisse! Ed allora veniamo all’ultima parte di questa mia trattazione: lo straordinario sviluppo culturale, musicale ed artistico della Cremona del '500.

Gli storici l’hanno notato.

“Quanto e come fossero colti i diversi strati sociali cremonesi del Cinquecento rispetto, poniamo, a quelli milanesi, o pavesi, o padovani o bresciani” è oggi impossibile sapere con certezza, afferma Giorgio Politi. E continua: “Qualche indizio, però, può essere trovato, e questi elementi rendono plausibile l’ipotesi che l’aristocrazia cremonese dell’epoca fosse assai colta, con una preferenza spiccata verso due ambiti disciplinari: la musica, vocale e strumentale, e la pittura”.

Di più: colta era, dimostra Politi, anche la “categoria” degli amministratori, dei “politici” diremmo oggi. Colti erano i Podestà, ma anche i membri del Consiglio cittadino, che erano in grado di seguire ed apprezzare discorsi ufficiali in latino letterario. (Detto tra parentesi e senza offesa per nessuno, quanto sarebbe bello se oggi amministratori e politici fossero costretti a leggere almeno un libro all’anno!).

In questo contesto raffinato e colto non poteva che fiorire anche una scuola di abili intagliatori del legno (ne abbiamo prove eccelse già nel '400) e di provetti maestri liutai. Dove è nato il violino, a Cremona con Amati o a Brescia con Zanetto Micheli da Montichiari o Gasparo da Salò? O addirittura (ma quasi nessuno lo sostiene) nella Germania meridionale o nei Paesi Bassi? La domanda è oziosa, a meno di credere che un bel giorno, quasi dal nulla, un liutaio di genio abbia “inventato” questo strumento straordinario. Ma la categoria dell’“invenzione” va usata con grande cautela nello scrivere di storia. E’ molto più credibile un accumulo, nel corso degli anni, di piccole o meno piccole trasformazioni fino a quando davvero, uno o più, non sapremo mai chi, costruirà o costruiranno lo strumento più o meno come lo conosciamo.

Dice giustamente Elena Ferrari Barassi: “ … un grande lavorio di trasformazione per due secoli coinvolse la ribeca e la viella per convogliarle verso il violino. Questo processo passò attraverso episodi oscuri e illustri in Italia, nelle Fiandre, in Francia e in Germania, per trovare infine il suo approdo a Brescia e a Cremona”. E’ difficile individuarne precisamente l’origine. Tanto più che il termine “violino” (non a caso quasi sempre usato al plurale) per lungo tempo indicò strumenti diversi dal violino odierno (il violoncello ad esempio).

Ogni municipalismo è da bandire, quando studiamo la storia della cultura. Se il padre del violino è il liuto, il nonno (o il bisnonno) è l’ud, strumento portato dagli arabi in Spagna ed in Sicilia.

Ed è curioso e rilevante il fatto che la maggior diffusione della liuteria coincida con la maggior presenza di ebrei sefarditi e di marrani fuggiti dalle persecuzioni in Spagna e Portogallo agli inizi del '500.

Pensate: arabi, ebrei, e forse zingari, insieme ad intagliatori da generazioni presenti in Italia. Se non è “meticciato” culturale questo!

Mettiamo da parte, quindi, quell’oziosa domanda.

Vorrei piuttosto suggerire, se posso permettermi, agli esperti di storia della liuteria un terreno di ricerca finora non indagato. Magari per concludere che non porta da alcuna parte. Oppure che invece favorisce nuove domande. Alludo ad un filone più specificamente filosofico, o meglio, di storia delle idee. Cercando di rispondere prima che al “dove” e “da chi” al “perché” proprio in Italia si passò, adagio adagio, dagli strumenti medievali a quelli rinascimentali ed al violino. Il “dove” forse seguirà e il “da chi” probabilmente no, se non come moltitudine di bravi artigiani, di pochi dei quali è rimasta memoria.

Non vorrei però essere frainteso.

Concordo con il Presidente del Comitato scientifico della mostra su “Andrea Amati e la nascita del violino”, prof. Renato Meucci. Una visione “mistica” e romantica della liuteria, come avevano nell’Ottocento ed anche nella prima metà del '900 è assolutamente improponibile. La liuteria va inquadrata “nel novero delle migliori arti applicate e dell’artigianato artistico … piuttosto che in quello dell’arte pura, caratterizzata da intenti strettamente estetici”.

Epperò i legami tra idee (cultura “alta”), elaborazione e diffusione delle stesse, anche a livello di “opinione comune”, e produzione di oggetti sono assolutamente certi, pur se difficili da districare.

Ed allora perché non indagare in questa direzione?

A condizionare fortemente la cultura italiana nel '400 e nel '500 fu il neoplatonismo. L’aristotelismo rimase, confinato però nelle Università, e riemerse poi fortissimo nella seconda metà del Cinquecento.

Un neoplatonismo dalle varie sfumature, ma quasi sempre frammischiato o condizionato dall’ermetismo (da Ermete Trismegisto, fantomatico autore di molti libri allora in circolazione, portavoce di una presunta saggezza egizia antichissima) e da tentazioni magico-misteriche.

Marsilio Ficino, Pico della Mirandola ed altri, rielaborando le dottrine di Pitagora, di Platone e dei Neoplatonici, considerano la musica terrena come figura dell’armonia del cosmo. Secondo loro essa possiede virtù magiche e terapeutiche, in quanto attiva gli influssi benigni degli astri e risana i corpi rasserenando l’anima. La musica possiede, dice Ficino nel “De Vita”, una forza mirabile per calmare, muovere ed influenzare l’animo e il corpo.

Intermediario potente tra mondo terrestre, mondo celeste e mondo sopraceleste, è lo strumento musicale, in particolare il liuto e poi il violino, capace di catalizzare gli influssi superiori e agire magicamente sul nostro spirito. Si può dire che lo strumento ben costruito e la musica adatta divengono, in un certo senso, potenti “talismani”.

E non è forse vero che nei dipinti rinascimentali la corda spezzata di un liuto rappresenta la rottura dell’armonia universale, in genere (ma non sempre) collegata con la morte di Gesù?

Lo dice Andrea Alciati (1492-1550), autore di un trattato (“Emblemata”) che ci aiuta a capire il significato iconologico di molte opere d’arte.

E’ utile allora studiare la diffusione di questa cultura, da Firenze in varie parti d’Italia. Milano, la Milano degli Sforza, ne fu un centro importante. Meno le città venete, specie dell’entroterra. Lo Stato di Milano, fino al momento della conquista spagnola, quasi sempre in lotta con Venezia, fu invece il principale alleato della Firenze medicea, anzi, in molte occasioni il “gran protettore”. In una sua lettera, Lorenzo il Magnifico arrivò a dire che lui teneva il potere a Firenze per conto del Duca di Milano. Ed i rapporti tra Cremona e Firenze, mediati da Milano, erano di un certo peso. Ed anche ai tempi di cui parliamo, potrebbe non essere inessenziale il fatto che Carlo IX, colui che commissionò i famosi strumenti ad Andrea Amati, fosse figlio di Caterina de’ Medici.

Comunque sia, a conclusione di questa mia “orazione”, voglio ricordare che oltre ad essere al centro del confluire di tante tradizioni diverse, la musica non da sempre ma da molto è un messaggio universale (senza le barriere delle diversità di lingue) e di pace.

Lasciamo perdere il rullar dei tamburi nelle battaglie o le canzoni di guerra. Bach, Mozart e tanti altri grandi oggi sono messaggeri di pace e di emozioni positive. Così gli strumenti che vengono usati (ed i musicisti che li suonano).

Ed allora, lasciamoci trascinare dal fascino di queste emozioni. Brescia e Cremona insieme, quale che sia il passato e la difficoltà del momento, per affermare concetti e valori di gentilezza, umanità e passione per il bello, di comprensione e tolleranza.

Insieme, amiche, aperte al mondo ed al contempo gelose delle proprie tradizioni, Cremona e Brescia possono ancora svolgere un ruolo importante nell’Italia di domani.

Gian Carlo Corada - Sindaco di Cremona

 


       



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