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 Storia Cremonese

25 Febbraio, 2006
Paderno Ponchielli
Un borgo rurale in mezzo alla campagna cremonese

Paderno Ponchielli
Un borgo rurale in mezzo alla campagna cremonese

Se questo soltanto apparentemente insignificante borgo rurale in mezzo a campi ben coltivati aveva portato il nome Paderno Cremonese a cavallo tra 800 e 900, un motivo, stante nella distinzione, sembra evidente. Nel milanese conosciamo Paderno Dugnano, nel trevigiano Paderno del Grappa, nel bresciano Paderno Franciacorta, per concludere il probabilmente non completo elenco con Paderno d’Adda, in provincia di Lecco. Chi sa se hanno subito tante trasformazioni del nome quante ne ha viste il “nostro” Paderno, finito con l’essere denominato – già “Fasolaro” e “Ossolaro” – in onore del suo celebre figlio, Amilcare.
Poche le tracce visibili del suo passato, della fortificazione, del nucleo abitativo di epoca romana attorno al 40 a.C. (frammenti di lapidi e qualche centinaio di monete), della presenza dei longobardi, della chiesa e del monastero di inizio millennio, delle dominazioni di imperi e di feudi. Ci fu il castello ma è stato demolito all’inizio del 900. Nulla spicca ormai nella ricca campagna irrigata dove il tempo sembra essere scandito soltanto dal calendario della terra e la quale talvolta subiva l’irruzione dei soldati di una parte o dell’altra, a riscuotere il “dovuto” approvvigionamento. Ma i soldati – di Cremona o di Venezia, spagnoli o austriaci – arrivavano e se ne andavano, lasciando immutata la struttura sociale in quella che si sviluppò come sua “roccaforte”, la cascina; la cascina “fabbrica contadina” sorvegliata dalla casa padronale, più curata, talvolta maestosa, ma a contatto con il mondo della fatica dei campi.
Di povertà consolidata e di ricchezze accumulate è testimonianza il borgo dove il tempo e lo sviluppo non hanno cancellato i segni dell’antico tessuto urbano contrappuntato dalla distinzione sociale di cui evidenti manifestazioni sono alcune aristocratiche dimore, come quella del marchese Giovanni Battista Jacini, figura senz’altro non comune – per cultura e orizzonti – nel panorama dell’epoca, padre di Stefano (creato conte nel 1880), presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sulle condizioni dell’agricoltura in Italia dal 1877 al 1884 e autore della tutt’oggi nota e citata relazione finale.
Sulla scena della seconda metà dell’800 acquista peso anche la ricca borghesia terriera, con aspirazioni di eguagliarsi, negli stili di vita, alla borghesia delle grandi città italiane ed europee. Se prima la cultura cosiddetta “alta” si infiltrava attraverso processi secolari e lasciando piccoli segmenti nella cultura fondamentalmente orale delle classi popolari, la “rivoluzione borghese” (e la “cultura di massa” in embrione) ha risonanza più immediata e più incisiva. È così che anche l’opera lirica esce dai teatrini dei “signori” per conquistare platee vaste e polimorfe; è così che può nascere e distinguersi un autore “popolare” come Amilcare Ponchielli.
Il Paderno di oggi si identifica – a partire dal nome – con il suo musicista. La casa-museo conserva i ricordi materiali della sua vita, la chiesa di S. Dalmazio custodisce l’atto di nascita e l’organo inaugurato dal Maestro, costruito nel 1873 in sostituzione allo strumento su cui fece i primi esercizi. Il palazzo della famiglia Jacini è lo scrigno del fortepiano usato dal giovane Ponchielli per intrattenere gli ospiti del marchese, prima di spiccare il volo.


Amilcare Ponchielli e il suo tempo

Visse in due “epoche”, Ponchielli. Visse in un’epoca di transazione, di enormi cambiamenti e di conflitti politici; visse i tempi dell’entusiasmo risorgimentale e delle attese deluse; visse la nascita di una borghesia inconcludente e insensibile agli effetti sociali del capitalismo. Aveva sotto gli occhi la miseria contadina, contraltare di una bucolica “civiltà agreste”, quanto la nascita di una miseria “metropolitana”, suburbana, proletaria. Alle contraddizioni della società borghese, dell’industrializzazione, la risposta politica, sociale e culturale non tarda ad arrivare. La coscienza antiborghese avrà espressioni letterarie, artistiche di varia natura; a volte guardano indietro con nostalgia, altre volte aprono prospettive nuove, condivise dal nascente movimento operaio. Da un sentimento di impotenza dell’intellettuale a porsi “guida” nei cambiamenti sociali, non a caso proprio nelle città precocemente industrializzate e “disumanizzate” di Torino e Milano, nasce una tendenza principalmente letteraria con la quale Ponchielli entrerà presto in contatto.
Se il termine “bohemien” è entrato nell’uso comune con un significato largamente condiviso, “scapigliato” è relegato in un ambito “dotto”, almeno in riferimento alla sua accezione originale, descritta dal suo “inventore”, lo scrittore e giornalista Carlo Righetti, alias Cletto Arrighi. «La Scapigliatura è composta da individui di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Proletariato, medio ceto e aristocrazia; foro, letteratura, arte e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno vi porta il suo contingente, ciascuno vi conta qualche membro d’ambo i sessi; ed essa li accoglie tutti in un complesso amoroso, e li lega in una specie di mistica consorteria, forse per quella forza simpatica nell’ordine dell’universo attrae fra di loro le sostanze consimili. La speranza è la religione degli scapigliati, che i contemporanei italiani si ostinano a chiamare i boemi, con orribile gallicismo; la fierezza è la loro divisa; la povertà il loro carattere essenziale. Ma non la povertà del pitocco, che stende la mano all’elemosina, bensì la povertà di un duca a cui tocca di licenziare una dozzina di servitori, vendere molte coppie di cavalli e ridurre a quattro le portate della sua tavola, perché, fatti i conti coll’intendente, ha trovato di non avere più a questo mondo [...] che cinquantamila lire di rendita.» (1862)
Insomma: fine del sacro ardore risorgimentale, del romanticismo patriottico, della fiducia nella tradizione borghese. Insoddisfazione, sconforto, terrore del provincialismo. Manzoni è il passato. Verdi è il passato. Si guarda verso “l’occidente” come se il sole dovesse spuntare da quella parte.
Il punto di contatto del musicista Ponchielli con la tendenza della “scapigliatura” è rappresentato da amici scrittori – librettisti come Arrigo Boito (che scriverà ma firmerà con pseudonimo il libretto di Gioconda). I nuovi “mecenati” sono le case editrici (quella di Ponchielli è la Ricordi) che perseguono, insieme a principi di mercato, anche precise linee che possono essere definite di “politica culturale”. I teatri sono promotori del “divertimento” borghese, “operatori” di un mercato culturale in un epoca che vide il furore e il tramonto del melodramma dell’800 italiano.
31 agosto1834, Paderno – 16 gennaio 1886, Milano

C’è chi sostiene che a far avere un posto al Regio Conservatorio di Milano al giovanissimo Ponchielli sarebbe stato il marchese Jacini, grande estimatore delle sue doti. C’è chi parla di un difficile esame di ammissione superato. Ad ogni modo, può ben definirsi un inizio carriera brillante quello che vide il figlio di un modesto bottegaio di paese, all’età di nove anni, ad essere ammesso in un tale prestigioso consesso.
Padre bottegaio ma anche musicista che fa da primo maestro al figlio, iniziato alla musica sui tasti di un vecchio organo nella chiesa di S. Dalmazio. Sarà parso anche al padre un ragazzo promettente se lo affida presto ad un vero maestro, nella persona dell’organista Francesco Gorno di Casalbuttano. Poi, nel 1854, il diploma al Conservatorio. Ma, per il momento, gli toccherà abbandonare la grande città.
È organista nella chiesa di S. Imerio, a Cremona, sostituto maestro nel Teatro Concordia (Ruggero Manna ne è “concertatore stabile”), e se può dedicarsi anche alla composizione (al di là dell’incarico datogli dal Manna per alcuni brani de La Vergine di Kermo) lo deve non ad una istituzione musicale ma al “mecenatismo artigianale”: è il sellaio Bortolo Piatti a finanziarlo. Le prime opere non riscuotono il desiderato successo; consolazione non è ma garantisce un reddito la direzione delle bande musicali di Cremona e di Piacenza. A nulla gli valse essere primo in graduatoria per la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, il posto sarà assegnato, nel 1865, ad un altro. Ed ha già – o ha soltanto – trentun anni.
L’anno del primo vero successo è il 1872: una versione completamente riveduta de “I promessi sposi” trionfa al Teatro Dal Verme di Milano. La casa editrice Ricordi gli commissiona un’opera: sarà un altro successo, questa volta al Teatro della Scala, “I Lituani”. E Ponchielli sposa l’interprete di questa opera, Teresa Brambilla.
Così, sulla quarantina, Ponchielli è un autore avviato al successo mondiale, musicista riconosciuto negli ambienti “accademici”; ottiene la cattedra al Conservatorio (avrà tra gli allievi i grandi di un prossimo futuro, Giacomo Puccini e Pietro Mascagni) ed è maestro di cappella della Chiesa di S. Maria Maggiore a Bergamo. È l’erede della scena a lungo dominata dal genio che fu Giuseppe Verdi.
Tanto successo ottenuto grazie al talento, alla capacità di inserirsi nella migliore corrente europea di rinnovamento musicale e anche alla tenacia, alla costanza piuttosto che ai colpi di fortuna. Tenacia nella ricerca dell’espressione perfetta; opere incominciate e lasciate a lungo in sospeso, opere riscritte, meticolosamente perfezionate. Perfezionismo e forse qualche insicurezza. L’appagamento del successo insieme al peso della responsabilità. E Ponchielli, grande talento ma anche buon “artigiano”, a lungo perfeziona le sue opere le quali, nell’ultimo periodo, incontrano immancabilmente il favore del pubblico e quasi sempre anche quello della critica. Viene applaudito il suo “bel canto” nel solco della tradizione operistica italiana quanto il suo innovativo estro compositivo orchestrale.
Era una morte davvero prematura, la sua, a soli 51 anni. Una broncopolmonite lo costringe ad abbandonare l’allestimento de La Gioconda nel teatro di Piacenza. Torna a Milano per guarire ma la sua tenacia, in questa battaglia, non è sufficiente. Si spegne il 16 gennaio 1886.



Opere

È davvero significativo il fatto che Amilcare Ponchielli avesse scelto il testo – nel tempo divenuto “sacro” – de I promessi sposi di Manzoni per la prima sua opera (1856). Ma insieme ad altre due a seguire (La Savoiarda, 1861 e Roderico, Re dei Goti, 1863) viene accolta senza grande entusiasmo. Temi (o libretti) “sbagliati”? Ponchielli però deve credere molto nella sua intuizione se dopo più di dieci anni riprende in mano la sua prima opera e, rivisto il libretto dallo “scapigliato” Emilio Praga (1839-1875), la ripropone al Teatro Dal Verme di Milano. Ed è un grande successo.
I Lituani viene composto su commissione della Casa Ricordi. Curiosamente – ma forse altrettanto comprensibilmente – questo appoggio così prestigioso sembra non facilitare il lavoro ma a caricare l’autore di un peso assai sentito delle aspettative nei suoi confronti. Mentre procede lentamente con I Lituani, scrive anche la musica del balletto Le due gemelle e a Lecco, nel 1873, viene rappresentato lo scherzo comico in un atto Il Parlatore Eterno. Quando finalmente I Lituani arriva sulle scene della Scala (1874), a Ponchielli viene tributato un applauso unanime. Eppure, anche questa opera sarà ripresa successivamente con un altro titolo (Aldona), come è capitato a La Savoiarda (Lina, Milano 1877).
Il 1876 è l’anno de La Gioconda che ha per librettista un altro “scapigliato”, Arrigo Boito (il quale firma però con lo pseudonimo Tobia Gorrio). E il nome di Ponchielli si legherà indissolubilmente alla danza attraverso un brano dell’opera – diventato più famoso dell’opera stessa – noto con il titolo La danza delle ore.
E anche La Gioconda, nonostante il successo di pubblico e di critica, vedrà una seconda versione, nel 1880. Pare evidente la difficoltà di Ponchielli a considerare definitiva una partitura; tutto è migliorabile, tutto è sempre lontano dalla perfezione. Alcune opere non porterà mai alla presentazione, Il sindaco Babbeo è addirittura materialmente perduta, Bertrando de Bornio (1858) e Olga restano incomplete per scelta; I Mori di Valenza sarà completata da Arturo Cadore ma questa volta colpevole fu la morte dell’autore.
Nel 1880 viene rappresentate l’opera Il figliuol prodigo, nel 1885 Marion Delorme, riscotendo entrambi grande successo di pubblico. La critica invece accoglie Marion Delorme con una certa freddezza; Ponchielli la ripropone, al Teatro Grande di Brescia, in una versione riveduta.
Il mondo del melodramma – pubblico, critica, direzioni teatrali – fu pronto presto a tributare grandi riconoscimenti a Ponchielli “compositore d’Italia”, come fu sollecito ad accogliere i nuovi, accantonando il nostro. Ma molte sue opere resistono alle ondate delle mode e, particolarmente oggi, una attenzione più “raffinata” sta riportando alla luce quello che nell’opera di Ponchielli è di immortale valore.


La casa – museo di Ponchielli

Sarebbe una casa d’angolo qualsiasi, ovvero una parte di essa, con una tabaccheria che s’affaccia sulla piazza, se ad avervi licenza di rivendita sali e tabacchi e merci di generi vari non fosse stato il padre di Amilcare Ponchielli. Ora, dal 1960, naturalmente, è museo, di proprietà del Comune. È lo scenario degli anni giovanili del musicista a custodire le testimonianze della sua vita e del suo lavoro.
«Il materiale esposto nelle bacheche interne – ci informano le pagine web dedicate al museo sulla rete civica di Cremona – tende a sviluppare un percorso cronologico sulla vita e le opere del Maestro Amilcare Ponchielli e comprende: documenti autografi, fotografie, medaglie, musica, libretti d’opera delle prime rappresentazioni e delle riprese con data ed elenco degli interpreti formano il corredo a spartiti per canto e pianoforte delle opere conosciute e meno conosciute.
Ed ancora: la sciabola da parata che era obbligato a portare con la divisa da capobanda; una agenda tascabile piena di annotazioni private e musicali; le lettere agli amici ed altri cimeli del periodo immediatamente successivo al diploma del Conservatorio sono esposti assieme al pianoforte, alla scrivania, alle onorificenze Reali, al passaporto per la Russia zarista e ad altri del periodo in cui il Maestro era già diventato famoso.
Partiture manoscritte, spartiti stampati della Casa Ricordi e quelli stampati abusivamente dalla Casa Lucca, appaiono assieme a partiture per banda e orchestra oggi introvabili, come: Cantata a Donizetti, Fantasia Militare, Inno al Gottardo, Scena Campestre, che assieme al ballo Le due gemelle e ad altre decine di romanze e musiche da camera, sono il patrimonio del Genio Ponchielliano.
Locandine e manifesti d’opera sono appesi a piena parete assieme a quadri e riconoscimenti che le varie associazioni, bande musicali, artisti lirici e gli ultimi allievi di Conservatorio, hanno voluto lasciare a testimonianza della stima per il grande maestro.
Un primo nucleo del materiale esposto proviene dalla donazione al Comune avvenuta nel 1934 da parte dei figli e da un ex allievo del musicista, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita.
Successivamente il materiale è stato ulteriormente incrementato da acquisti presso librai antiquari, dalla cessione di una consistente collezione e da varie donazioni private.
Il Museo svolge attività didattica e divulgativa con iniziative idonee a fare conoscere l’importanza del repertorio e della figura artistica del maestro Amilcare Ponchielli, promuovendo conferenze, concerti lirici ed incontri musicali.
È dotato di un archivio fonologico con registrazioni normali e “live" su dischi, compact, nastri audio e video delle opere liriche, delle selezioni, di brani musicali, di romanze ecc.; ha inoltre un archivio-raccolta di libri biografici ed articoli di giornali dall’800 in poi, riguardanti il Maestro e le sue opere.»



Il «Teatro Ponchielli»

Ettore Sacchi, l’allora direttore del giornale La Provincia, dopo la morte del musicista, nonostante le resistenze al cambio di intitolazione – le quali, d’altronde avevano qualche fondamento burocratico-legale – continuava a chiamarlo, imperterrito, Teatro Sociale Ponchielli. Ma il grande teatro di Cremona – scenario e platea dei primi tentativi come dei successi di Ponchielli – in realtà si chiamò, fino all’11 marzo 1907, “Teatro Concordia”.
Non così agli inizi. Al primo levarsi di sipario, il 28 dicembre 1747, è “Teatro Nazari”, in onore del “benefattore” (poi proprietario) grazie al cui impegno finanziario – aggiunto alla donazione del terreno da parte del marchese Giuseppe Lodi Mora e al sostegno del conte Pallavicino – si era potuto affidare la costruzione al cremonese Giovanni Battista Zaist. È nel “Nazari”, dunque che Mozart assiste a «La Clemenza di Tito» del Valenti (20 gennaio 1770), prima che mutasse in “Teatro della Società” (la Società di dodici Cavalieri, ovvero dei palchettisti), nel 1784.
E non sono proprio le stesse mura le accolsero Mozart a fare da cornice alle rappresentazioni delle opere di Ponchielli. Come capitava spesso ai teatri settecenteschi, l’11 settembre1806 un incendio distruggeva l’originale struttura, ricostruita poi con grande maestria dall’architetto Luigi Canonica. Nasce così il “Teatro Concordia”, un teatro progettualmente all’avanguardia che non ha nulla da invidiare alla Scala. Ma non passano due decenni e si rende necessario l’intervento degli architetti Faustino Rodi e Luigi Voghera perché le fiamme – una sera di gennaio 1824 – non avevano risparmiato nemmeno quel gioiello.
Intanto la compagnia – rovinata – di Gerolamo Micheli si trasferisce al Teatro Filodrammatici.
Il melodramma ritorna sul palco del “Concordia” in concomitanza con la Fiera, a settembre; va in scena La donna del lago di Gioacchino Rossini. Ma in seguito – pur avendo in cartellone le opere in voga in quel momento di Cherubini, di Cimarosa, di Donizetti e di altri – “incontrastato dominatore” delle scene sarà Giuseppe Verdi, il quale approda al “Concordia” nel 1844 con l’Ernani. Ed è un periodo in cui il Teatro è spesso “teatro” anche delle polemiche e delle contestazioni politiche (Austria sì – Austria no); gli ideali del Risorgimento riecheggiano anche nel melodramma, il teatro lirico va oltre il “divertimento borghese”.
Nel 1856 è la volta del debutto di Amilcare Ponchielli.

Gli Amministratori del Comune di PADERNO PONCHIELLI

Sindaco (eletto nel 2004): MARI GIOVANNI
La Giunta:
AZZINI GIUSEPPE
CANEVARI GUIDO
AZZINI SABRINA
Il Consiglio:
BERGAMASCHI PAOLA
CARLOTTI ANTONELLA
GEREVINI MARIA GRAZIA
GUINDANI GIORGIO
LOSI STEFANO
OGGIANO ANTONIO
STRINATI CRISTIANO
TORRESANI MASSIMILIANO
TORRESANI MARIA CRISTINA

cremona 25 febbraio 2006

 


       



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