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 Il Punto

24 Novembre, 2010
Export. Continua l’emorragia di talenti Italiani ( Gian Carlo Storti)
La bilancia, cioè, delle esportazioni, in questo caso, è certamente in deficit.

Export. Continua l’emorragia di talenti Italiani ( Gian Carlo Storti)
Fuga di cervelli dall’Italia come un fiume in piena.

La bilancia, cioè, delle esportazioni, in questo caso, è certamente in deficit.
La comunità dei migranti italiani in Europa è la terza più popolosa, dopo la rumena e la polacca, con un totale di 1,3 milioni di unità, come ai tempi della grande migrazione di inizio Novecento, anche se allora le cifre erano certamente più grandi.
Attenzione, però, perché questa cifra potrebbe essere da rivedere. In effetti sono moltissimi i giovani italiani, in particolare di ‘belle speranze’, stabilmente domiciliati fuori dai confini nazionali che il Ministero degli Esteri non riesce a censire. Non si sa dove siano finiti e che facciano. In poche parole molti ‘cervelli’ emigrano per le migliori condizioni di lavoro, decidono di stabilirsi all’estero ma non si iscrivono all’Aire  ( Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) che rimane un’illustre sconosciuta.
Senza l’iscrizione non si può neanche esercitare il proprio diritto di voto.
Un disinteresse verso il Paese d’origine che forse tradisce una certa volontà di rivalsa nei confronti di una società sempre meno meritocratica.
Il Parlamento italiano si è di recente reso conto del problema e sta discutendo di una proposta di legge che mira al recupero dei nostri talenti oltre confine e ad attirare anche qualche straniero.
Claudia Di Giorgio nel suo libro “Cervelli export”  edito dalla  Adnkronos Libri mostra come la fuga  dei cervelli dall'Italia abbia conosciuto due stagioni, intramezzate da un breve e felice intervallo .
La prima stagione è quella associata alla seconda guerra mondiale e inaugurata dalle leggi razziali sciaguratamente varate dal regime fascista nel 1938.
In quella stagione l'Italia perse molti cervelli.
Enrico Fermi e tutti i ragazzi di via Panisperna (tranne uno, Edoardo Amaldi). Bruno Rossi, il maestro di Riccardo Giacconi. Da Torino subito dopo la guerra partirono tre giovani biologi, allievi di Giuseppe Levi, destinati a vincere, negli Usa, altrettanti premi Nobel: Salvatore Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini.
Tuttavia, dopo la guerra, quel primo flusso in uscita sostanzialmente finì.
Iniziò una breve eppure densa stagione di rinascita. Durante la quale molti scienziati italiani partivano, ma molti scienziati stranieri venivano nel nostro paese: basti ricordare il premio Nobel inglese Boris Chain e lo svizzero Daniel Bovet, che otterrà il Nobel per attività di ricerca svolte in Italia. Insomma, l'Italia sembrava un paese come gli altri, in Occidente, desideroso di ricostruire la sua economia post-bellica con la formula  dello "sviluppo attraverso la ricerca".
È impossibile, in questo spazio, ricostruire con sufficiente completezza quella stagione. Ma basta ricordare l'impulso che alla Fisica italiana conferisce Edoardo Amaldi, quello che alla Chimica italiana conferisce Giulio Natta, quello che alla Biologia conferisce Adriano Buzzati-Traverso.
E questo mentre l'industria italiana riusciva a competere innovando nei settori della Meccanica, della Chimica, dell'Elettronica, della Farmaceutica.
Poi, all'inizio degli anni '60, la stagione  positiva è finita.
Nel conflitto politico ed economico  ha prevalso nel nostro Paese il composito gruppo di chi riteneva un lusso la ricerca scientifica e perdente la competizione economica nei settori di punta. Meglio far svolgere la ricerca scientifica ad altri e ritagliare all'industria italiana una nicchia nel campo, dei beni di largo consumo a bassa intensità di innovazione.
Risultati di questo conflitto storico sono stati: la progressiva erosione della grande industria italiana, ormai virtualmente scomparsa; lo sviluppo frenato della scienza nelle Università e nei centri pubblici di ricerca; la mancanza quasi assoluta di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico nelle industrie.
L'insieme di questi componenti ha alimentato la "fuga dei cervelli".
L'Università italiana formava (spesso bene) giovani aspiranti ricercatori che la stessa Università, gli Enti pubblici di ricerca e, soprattutto, l'industria non assorbiva. E così questi giovani hanno iniziato ad andare all'estero, dove hanno trovato le migliore opportunità per valorizzare il loro sapere.
L'Italia ha continuato e continua a investire per formare scienziati che poi hanno lavorato e tuttora lavorano allo sviluppo dei Paesi competitori.

I cervelli più significativi “ fuggiti” all’estero.
Il più famoso è, certo, Riccardo Giacconi. Premio Nobel per la Fisica 2002 e "cervello in fuga"
dall'Italia 1954. Riccardo Giacconi è nato a Genova, si è laureato a Milano ma è solo negli Stati Uniti d'America che, verso la metà degli anni '50 del XX secolo, ha avuto la possibilità di lavorare e cogliere risultati giudicati di assoluta eccellenza dalla Reale Accademia delle scienze di Stoccolma.
Altri casi di cervelli  in “ fuga” .
È il caso di Ignazio Marino, il cardiochirurgo che lasciò Palermo per gli Stati Uniti dopo uno scontro, perduto, con la burocrazia e la politica locale . Oggi è parlamentare del PD.
Ed è il caso di Giovanni Bignami, fisico e direttore scientifico dell'Agenzia Spaziale
Italiana, che  ha lasciato l'Italia per la Francia, vittima di un'interpretazione piuttosto radicale e autolesionista dello spoils system .
Altri, la maggioranza, sono andati e continuano ad andare via senza suscitare clamore. In genere, sono  giovani che riescono a valorizzare altrove quel sapere che hanno coltivato in Italia. Non sappiamo, esattamente, quanti siano. Ma sappiamo che i "cervelli in fuga" dall'Italia stanno dando un contributo rilevante allo sviluppo della scienza e, quindi, della tecnoscienza e, quindi, dell'economia dei paesi ospiti (leggi Stati Uniti, soprattutto, Gran Bretagna, Germania, Francia).
Ma perché l'Italia acconsente a questo drenaggio dei suoi cervelli? E quale prezzo paga per questa sua distrazione?
Cominciamo dalla seconda domanda. La più facile. Non prima, però, di aver premesso che
la scienza è un'impresa umana che non conosce frontiere. E che la cultura scientifica di un paese aumenta se il flusso di scienziati in uscita e in entrata è continuo e robusto. Naturalmente il flusso deve essere bidirezionale. Se il movimento dei cervelli è unidirezionale e dopo la partenza non c'è ritorno, allora lo scambio salutare diventa dannoso drenaggio.
La differenza tra l'Italia e gran parte dei Paesi avanzati è questa: da noi il flusso di scienziati è quasi interamente in uscita e, per di più, chi parte raramente ha in tasca il biglietto di ritorno.
Più semplicemente: l'Italia esporta gratuitamente cervelli.
Le conseguenze culturali di questa singolare esportazione sono certo gravi, anche se difficili da quantificare. Ma quelle economiche sono sotto gli occhi di tutti. Il nostro Paese è l'unico, tra i circa trenta dell'Ocse (l'organizzazione dei Paesi più industrializzati), ad avere un deficit strutturale nella bilancia dei pagamenti relativa alle tecnologie più avanzate.
E la forbice aumenta non solo nei confronti dei Paesi più avanzati, ma anche dei Paesi emergenti.
La fuga degli italici cervelli è connessa con la scarsa competitività del Paese nei settori economici di punta.
Per tutti questi motivi - e altri ancora - l'Italia ha visto rapidamente diminuire la sua competitività complessiva negli ultimi anni.
Cosicché la "fuga dei cervelli" è parte di un problema diventato di priorità assoluta per il nostro paese: possiamo continuare nel nostro originale percorso di "sviluppo senza ricerca"?
In questa domanda c'è racchiusa parte della risposta al nostro primo quesito: perché l'Italia acconsente a che altri paesi drenino i suoi cervelli e ne ricavino vantaggio?
Sicuramente gli ultimi provvedimenti assunti dal governo Berlusconi sui tagli alla ricerca, all’università  ed alla cultura aggraverà  la situazione.
E’ noto infatti che altri paesi europei , pur tagliando costi dello Stato per far fronte alla crisi economica di questa fase , hanno invece aumentato le risorse in ricerca, per l’università e la cultura.
Ed infine uno dei motivi della fuga dei cervelli è la questione del merito.
Nel nostro bel paese  il merito stenta a diventare il pass per l’assunzione. Vale, purtroppo , ancora il criterio della conoscenza e della raccomandazione di “ italica “ memoria.
Molti in questo periodo sono i giovani che  non trovano sbocchi professionali nel nostro paese e che invece superano i colloqui di assunzione nei paesi europei pur non avendo conoscenze o raccomandazioni.
Di questo fenomeno se ne trova traccia sia nelle radio ( quella del Sole 24 ore in particolare) che nel web.
Insomma sembra che il nostro paese abbia rinunciato al futuro. Purtroppo non è nemmeno in grado di preservare il passato. Emblematico è il crollo di una Domus a Pompei.

Necessita una svolta forte e netta. Oggi non la si vede ma dobbiamo essere ottimisti.

Gian Carlo Storti
storti@welfareitalia.it
Cremona 24 novembre 2010

 


       



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