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 Storia Cremonese

15 Settembre, 2002
Renzo Antoniazzi , biografia
C’è chi lo ricorda «Picaia», ragazzo spilungone di via Lunga Stretta, a Porta Po, rione popolato da ghiaiaioli e da operai delle Fornaci Frazzi, come fu anche lui.

Renzo Antoniazzi
Biografia

Compagno, onorevole

C’è chi lo ricorda «Picaia», ragazzo spilungone di via Lunga Stretta, a Porta Po, rione popolato da ghiaiaioli e da operai delle Fornaci Frazzi, come fu anche lui. Porta Po, rione dal cuore solidale, dalla memoria antifascista; rione di Piero e di Maria Biselli, della sezione Parizzi del Pci, dove il quindicenne Renzo Antoniazzi si affaccia alla militanza comunista.
La primavera del 1949 lo vede nel comitato costituente della Fgci provinciale, ne è responsabile organizzativo accanto al segretario Franco Dolci. Quale straordinaria scuola ideale e pratica! Ne è ragione il riscatto di una generazione che diventa adulta assieme alla democrazia riconquistata; gli obiettivi concreti sono l’adeguamento del salario del giovane lavoratore, una migliore assistenza e un dignitoso contratto delle mondine, delle tabacchine… La giovane organizzazione dei giovani comunisti è la migliore scuola anche per Antoniazzi, per la formazione di una coscienza sociale e politica nel solco delle antiche lotte dei lavoratori dei campi. Ed è in virtù di questa sua preparazione che sarà chiamato nel Comitato Centrale della Fgci, mentre ne è segretario provinciale, nella seconda metà degli anni ‘50.
Ed è in rappresentanza dei giovani lavoratori che siede sui banchi del Consiglio Comunale (1956-1964), come per le conoscenze ed esperienze maturate «sul campo» e «nei campi» che sarà chiamato nella segreteria provinciale della Federbraccianti, nel 1959. Ha tutte le caratteristiche del grande sindacalista, Renzo Antoniazzi; nella sua persona si uniscono preparazione e carisma, capacità organizzativa e doti da convincente oratore. È sempre in ascesa, il suo percorso di dirigente. Dalla segreteria provinciale (1959-1970) a quella regionale del sindacato dei lavoratori agricoli (1965); dal sindacato di categoria alla Cgil provinciale (segretario generale della Camera Confederale del Lavoro dal 1970 al 1979) e da lì al Consiglio Generale del sindacato nazionale (1973). Incarichi sì ai massimi livelli ma contemporaneamente anche il massimo livello di impegno nella sua terra. C’è chi lo ricorda nell’immensa sala mensa dell’Olivetti di Crema – siamo nei primi anni ’70 –, gremita: quando iniziava a parlare Antoniazzi, «non volava più una mosca». Non solo di carisma si trattava.
Le elezioni politiche del 1979 lo portano a Roma; senatore per tre legislature. Di lui non si può certo dire che «sieda» sui banchi del Senato. È attivissimo; mette a frutto le sue esperienze nel ruolo di coordinatore del gruppo comunista della Commissione lavoro. Approfondisce sempre più le problematiche che riguardano la categoria più negletta dei lavoratori dipendenti: i pensionati.
«Onorevoli» si resta a vita, nel caso di persone come Renzo Antoniazzi non soltanto per consuetudine linguistica. Facendo tesoro dell’esperienza parlamentare, accanto all’incarico affidatogli dalla direzione provinciale del Pds in materia economica, l’onorevole Antoniazzi è a lungo il punto di riferimento di quanti incontrassero gli «ingorghi burocratici della previdenza» nel vedere riconosciuto un loro diritto.
C’è chi dice che «era un nuovo momento del suo essere con il popolo».
Teréz Marosi

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IL CORDOGLIO DEI DS PER LA MORTE DEL SEN. RENZO ANTONIAZZI
Mercoledì 19 ottobre 2005 alle ore 10,30 i funerali hanno visto una grande partecipazione di popolo

Una grande partecipazione di popolo ha accompagnato i funerali del sen Renzo Antoniazzi. Alle 10,30 la banda di Corte de Frati ha intonato le note dell'internazionale e di Bella Ciao. Di seguito le comosse e sentite orazioni funebri del sidaco Giancarlo Corada e del segretario dei DS Pier Attilio Superti che hanno ricordato la storia ela biografia di Antoniazzi ed hanno riportato ricordi personali.

Superti ha terminato il suo ricordo citando una frase di una canzone di Franco battiato che ben ricorda la figura di Antoniazzi: "... il mio maestro mi insegnò come è difficile cercare l'alba dentro l'imbrunire".

L'intera orazione funebre di Superti Pierattilio, segretario provinciale dei DS Cremonesi.

COMMEMORAZIONE DEL SENATORE RENZO ANTONIAZZI
CREMONA 19 OTTOBRE 2005
Intervento di Pier Attilio Superti, segretario della federazione dei DS di Cremona.
Autorità,
cari compagne e cari compagni
Carissima Lina e carissimo Claudio
Il dispetto più grande che oggi potrei fare a Renzo Antoniazzi sarebbe quello di trasformare la mia
testimonianza in una sorta di omelia laica, perdermi nell’agiografia che trasfigura la realtà.
Il Senatore, così lo chiamavamo con rispetto in federazione , non amava la retorica. I suoi giudizi erano netti,
precisi, a volte pungenti ma sinceri.
“Pane al pane …” direbbe Lui.
Noi, che siamo cresciuti seguendo le orme del suo cammino politico avvertiamo di aver perso un punto di
riferimento, una guida morale, un amico.
Ecco, vorrei cominciare proprio da Lui. Da quello che Renzo Antoniazzi con la sua vita ha insegnato a tutti noi
in questi anni di impegno, di militanza, di testimaninza. Lo ha fatto fino all’ultimo fino a quando la malattia
non gli ha impedito di raggiungere la sua seconda casa, la Fderazione.
Ancora nell’ultima visita che ho fatto a Renzo sabato in ospedale, anche se era sofferente ha parlato a me e
a Luciano delle primarie, di Cremona, con lucidità e precisione. Come sempre.
Lo ricordo con straordinario affetto, quando ogni giorno entrava in silenzio in Federazione, leggeva i giornali
e poi veniva da me. Una battuta per attaccare il discorso e poi, di seguito, il suo pensiero, le sua valutazioni,
i suoi consigli. Mai banali e che riuscivano a tenere insieme quotidiano e strategia. E a me suggeriva di
considerare quanto siano importanti risposte serie e immediate ai problemi quotidiani sottolineando che a
volte guardavamo troppo solo al futuro, agli investimenti strategici per la città e la provincia.
Era un amico e un dirigente serio. Apparentemente burbero ed invece capace di far sentire tutti a proprio
agio, mai in soggezione.
Renzo Antoniazzi è stato non solo un politico di primo piano della storia della sinistra ma soprattutto un
protagonista dell’Italia Repubblicana. Uno di quei “galantuomini” che, venuti dopo i padri fondatori, hanno
dato vita e slancio alla democrazia del nostro Paese.
Antoniazzi è tra coloro che hanno ricostruito il nostro Paese, che hanno saputo gettare le basi della nostra
democrazia, ridare valori e speranze al popolo italiano. Di quel popolo di cui si sentiva figlio e a cui Renzo ha
dedicato tutta la sua esistenza, la sua intelligenza e le sue energie, conquistandosi il rispetto e la
considerazione di tutti, amici e compagni ed anche di avversari di cui cercava sempre di comprendere le
ragioni.
E’ uno degli esempi di quella generazione che da autodidatta ha saputo crescere e costruire questo Paese.
Quella generazione a cui dobbiamo tutti non solo rispetto ma riconoscenza, perché senza la loro fatica, il loro
lavoro, i loro sacrifici, noi, oggi non saremmo qui. E in una società che è troppo appiattita in un presente
infinito è bene ricordare che nulla viene regalato, ma tutto costa in termini di passione, di cultura, di idee.
C’è un filo che collega tutte le diverse esperienze della sua vita, quella sindacale e quella di partito: la scelta
di battersi per la giustizia sociale, per portare diritti laddove venivano negati.
Una scelta popolare, mai populista. Perché in Lui era radicata la convinzione che chi conquista diritti deve
saper far fronte prima di tutto ai propri doveri. Ed era convinto della insostituibile funzione della politica
come governo e come strumento di lettura della società e di costruzione del bene comune.
La sua vera e unica scelta di campo è stata quella di essere dalla parte della gente e di operare per una
società più libera, più democratica, più giusta.
Le sue battaglie nella Federbraccianti o in Parlamento sui temi del lavoro e della previdenza, le sue prese di
posizione appassionate: tutto è coerente e riconducibile alla sua vera scelta di campo.
I partiti sono uno strumento e non un fine. Quanto volte mi ha ricordato questa verità. Lui, che ha scritto
pagine importanti della storia del Partito Comunista Italiano, era ben consapevole che per raggiungere gli
obiettivi importanti occorre saper leggere i segni dei tempi, interpretarli e modificare gli strumenti in base al
nuovo contesto.
Questo, Renzo lo ha saputo fare. E’ per questo, per questa intelligenza che Lui non appartiene a quella
schiera di politici che hanno dato molto al Paese ma che, ad un certo punto del loro cammino, sono stati
fatalmente superati e travolti dalla realtà.
Lui forte delle sue idee, della sua scelta di campo, ha compreso e favorito il cambiamento, è stato parte
attiva in tutti i processi di evoluzione del PCI, del PDS ed oggi con orgoglio si diceva Democratico di Sinistra.
Emmanuel Mounier ha scritto: “La più grande virtù politica è non perdere il senso dell’insieme”. Questa è
stata la lezione politica e di vita di Renzo Antoniazzi.
Non perdere il senso dell’insieme vuol dire non smarrire il vero obiettivo del nostro agire in politica. Per
questo posso dire che Antoniazzi era un vero riformista. Sapeva che le conquiste più ardue e durature non si
ottengono con un colpo di mano. E proprio essere stato con orgoglio un riformista, anche in tempi non facili,
come è stato ricordato in questi giorni da Azioni, gli ha permesso di guardare lontano.
Occorre lavorare giorno dopo giorno, instancabilmente, senza paura dei fallimenti. Occorre essere tenaci,
forti, determinati. Lui era così.
Ma c’è un ultimo Antoniazzi che voglio ricordare. La sua vita è stata la politica con la P maiuscola, ad essa ha
dedicato le sue migliori energie e qualità. Eppure non ne è rimasto irretito.
Ha svolto un ruolo importante, a fianco di uomini importanti, ha gestito il potere ma ad un cero punto ha
detto “Ora tocca a voi”. Lo ha fatto Lui, Lo ha scelto Lui, consapevolmente, pensando anche in questo modo
di servire la causa cui ha dedicato l’esistenza.
Senza rimpianto. Senza attaccamento alle facili lusinghe del potere, si è ritagliato un ruolo autorevole ma
defilato.
Ecco lo stile che appartiene a quegli uomini che sono veramente grandi. Essi, poiché seguono un ideale alto,
hanno una visone lunga e concepiscono la politica come servizio, lavorano per far crescere una nuova
generazione che, seguendo il loro esempio ma in autonomia, raccoglierà la loro bandiera per portarla ancora
più avanti, ancora più su.
La responsabilità della nostra generazione non è facile per la grande qualità delle persone che ci hanno
preceduto, per la complessità dei problemi. Ma siamo determinati a cercare di fare del nostro meglio per
costruire, insieme, un futuro per tutti.
Oggi dobbiamo battere il nemico più insidioso: l’indifferenza. Perché vivere significa conoscere, capire,
intervenire, cambiare. Perché vivere vuol dire essere partigiani.
Il nostro tempo è un tempo difficile, un tempo in cui il passato e il futuro sono schiacciati sul presente.
Eppure sappiamo, perché ce l’hanno insegnato compagni come Renzo, che ogni tempo ci pone di fronte
problemi nuovi e nuove possibilità per risolverli.
Una splendida canzone di Franco Battiato in questi giorni mi ha fatto ricordare il “Senatore”. Questa canzone
dice. “… il mio maestro mi insegnò come è difficile cercare l’alba dentro l’imbrunire.”
Grazie Renzo.
Ti accolga la pace degli uomini di buona volontà.

Fonte: DS Cremona
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Orazione funebre in morte di Renzo Antoniazzi
Camera aArdente – CGIL Cremona - 19 ottobre 2005
di Gian Carlo Corada

Caro Renzo,

oggi siamo qui in tanti a porgerti l'estremo saluto. E' difficile. E' triste accettare questa dura realtà.

Se ne va con te un amico, un compagno di tante battaglie, un dirigente serio, capace del movimento operaio e democratico cremonese.

Quanti di noi portano con sé un ricordo tuo, della tua conoscenza, della tua presenza, la tua simpatia!

Con te si sono incontrati i compagni più anziani, quelli che uscivano dalla lotta di Resistenza e dovevano costruire il nuovo partito, il nuovo sindacato. Incontrarono te, ancora 15enne, appena dopo la Liberazione del paese dal fascismo, nel momento nel quale iniziavi ad avvicinarti al mondo della sinistra, al Partito Comunista.

Era cosa normale, per te, figlio di una Cremona popolare ed antifascista, operaia e popolare. Radici che non hai mai voluto dimenticare e delle quali andavi fiero, anche più tardi, quando hai avuto occasione di incontrarti con persone e dirigenti provenienti da altri ceti sociali.

Con altri giovani e giovanissimi allora – in quel periodo pieno di entusiasmi e di voglia di fare - cominciò un lavoro fatto di impegno e di dedizione, per mettere in piedi l'organizzazione giovanile del Partito, della quale presto ti venne affidata la responsabilità provinciale.

Piaceva, ai compagni della generazione precedente, la tua grande capacità di entrare in rapporto con i giovani lavoratori; faceva breccia la tua serietà nel lavoro e nell'impegno, non disgiunta da una forte attitudine a 'legare' con i tuoi coetanei e nello stesso tempo la tua voglia di emanciparti, di crescere insieme ai compagni ed all'organizzazione.

Era il tempo delle riunioni in provincia che venivano organizzate nei diversi comuni, a tappe, uno dietro l’altro. Sull’asta di via mantova, piuttosto che su quella della Castelleonese.

Partiva così una vecchia automobile che trasportava tre o quattro persone, che andavano ciascuna a tenere una riunione diversa e che poi, per tornare, dovevano aspettare che terminassero le altre riunioni e si procedesse al rientro.

Ed in questi viaggi, oltre che nelle diverse riunioni politiche, cresceva la conoscenza e la fiducia in questo giovane dirigente, bravo, disponibile e capace. Un rapporto saldo, vero, che sarà fatto poi anche da confronti non facili, da discussioni anche dure, soprattutto sulle questioni internazionali, sul rapporto con i paesi dell'est.
Dibattiti, confronti, che gradatamente - con eccessiva gradualità, sappiamo oggi - porteranno poi - grazie a compagni come te, caro Renzo, che hanno saputo vedere prima e più a fondo - a maturare nuove e più avanzate posizioni su quelle esperienze, guidate dalla valutazione obiettiva della realtà che si era andata purtroppo costruendo laggiù, piuttosto che da un fideismo e da una scelta tutta ideologica e per niente realistica.

La vita dei militanti alla fine degli anni '40 ed all'inizio degli anni '50, per noi della generazione successiva, é sempre stata ammantata da una atmosfera di sacrificio, di difficoltà, ma anche di fascino e per certi versi di veri e propri eroismi diffusi: le lotte bracciantili, gli scioperi duri, la difficoltà di tenere in piedi un'organizzazione davvero alternativa rispetto a ciò che si andava costruendo in questa parte del mondo.

Con te, e con tanti altri giovani, crebbe la nuova generazione che dovette affrontare i grandi cambiamenti che in quegli anni interessavano la nostra terra.

Si crearono allora legami forti, che dureranno nel tempo e che, attraverso i decenni, sapranno costruire una nuova classe dirigente delle nostre organizzazioni; nuovi dirigenti politici e sindacali, nuovi uomini delle istituzioni.

In quel periodo Renzo Antoniazzi affrontò anche la prova del Consiglio Comunale di Cremona, nei quali scranni sedette per 8 anni, portando all'interno di quella istituzione la sua sensibilità di giovane dirigente unita alla sua conoscenza diretta dei problemi e della vita della città.

Iniziò in quegli anni la sua esperienza nel mondo sindacale, nella Federbraccianti, la potente organizzazione dei braccianti e dei salariati agricoli, che uscivano dalla dura sconfitta della fine del decennio precedente e che dovevano in qualche modo subire, ed in qualche senso anche governare, un cambiamento epocale.

Si rinsaldava in questo periodo, per rafforzarsi nei nove anni nei quali ricoprì la massima responsabilità in CGIL, la più approfondita conoscenza dei problemi dei lavoratori, forte di una fondamentale convinzione, che ha accompagnato per intero la sua vita: l'amore e la dedizione che sempre ha saputo riservare per la gente umile, per il popolo, informati da un profondissimo senso della giustizia, dell'uguaglianza, della difesa dei diritti.

Ecco, se c'é un filo che attraversa l'intera tua esistenza, caro Renzo, credo si possa individuare in questo profondo senso dell'uguaglianza dei diritti e dei doveri, in questa assoluta dedizione alle battaglie “di principio”, prima ancora che politiche e sindacali, a favore della giustizia sociale e per la conquista di condizioni di pari dignità e di pari opportunità, al di là delle differenze di censo e di classe.

Come non pensare, a questo proposito, al grande insegnamento che venne in quegli anni da Giuseppe Di Vittorio, dalla sua capacità di plasmare un’intera generazione di giovani dirigenti?
Come non ricordare il suo monito, che indicava all’organizzazione sindacale e politica l’obiettivo di fondo del movimento: saper conquistare certamente nuovi e più avanzati livelli di vita e di lavoro, ma soprattutto saper restituire dignità al lavoratore, saper insegnare alle masse sterminate di lavoratori e di popolo a ‘non togliesi il cappello davanti ai padroni”?

Essere dalla parte dei lavoratori, mosso da un anelito di giustizia e di uguaglianza: questo ha dato il segno anche della esperienza parlamentare fatta da Antoniazzi al Senato della Repubblica dal 1979 al 1992.

Prima, quando ancora era segretario della CGIL e poi, divenuto parlamentare, seppe rapportarsi molto positivamente con le nuove generazioni che allora si affacciavano alla battaglia politica ed al confronto sociale.

Capace nell'argomentare e nell'organizzare, curioso delle nuove idee che avanzavano, pur se attento nel difendere le esperienze passate e nel voler costruire e facilitare un rapporto positivo tra le diverse espressioni e culture politiche.

E mentre portava fino in fondo l'elaborazione di critica e di condanna nei confronti della drammatica esperienza del socialismo reale, sapeva nel contempo svolgere la propria funzione dirigente nelle dure, durissime prove alle quali ci costrinse la fase plumbea del terrorismo, quello rosso brigatista e quello nero di matrice fascista.

Erano anni particolarmente duri, costellati da attentati, decine e decine di morti ammazzati con le quali la sinistra, il sindacato, le istituzioni democratiche dovettero confrontarsi, dovendo superare sia le difficoltà di un dibattito interno spesso confuso ed incerto, sia le asprezze di un confronto esterno che non risparmiava nulla e nessuno.

Eppure, anche in situazioni drammatiche, Renzo Antoniazzi aveva la grande capacità di mantenere lucido il senso della realtà, del legame con la vita. Non mancava di ricordare a chi aveva vicino a sé - magari al termine di una riunione pesante o dopo una giornata di lavoro difficile - l'importanza di saper affrontare la vita e le sue difficoltà anche con un sorriso sulle labbra, anche con la capacità di sdrammatizzare queste stesse difficoltà.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Renzo fin dalla metà degli anni ’70. Fu capace di entrare subito in rapporto con me, giovane che si avvicinava, curioso ed attento, alla vita del Partito. Aveva una sua ‘cifra’ particolare, schietto, senza peli sulla lingua. Fu sempre ‘riformista’, anche quando questo termine non era particolarmente popolare nel PCI, anzi, al contrario, segnava una critica dura, profonda.

Ma Renzo sapeva difendere con forza le proprie convinzioni, e non rifuggiva dal confronto, che pretendeva sempre vero, concreto, spoglio da ideologismi.

E poi, terminato lo scambio di opinioni, sapeva tornare bonario. E non perdeva l’occasione per suggerirti di ‘diffidare di chi non é capace di un sorriso".

Amava ripetere spesso questo suggerimento, magari accompagnando l'esclamazione con una delle sue battute ficcanti, calzanti, che spesso arrivavano a segno e ti facevano pensare.

Era piacevole stare con 'Antonio', come a volte lo chiamavamo. Abile argomentatore, profondo conoscitore delle questioni di cui portava la responsabilità nel lavoro parlamentare, seppe divenire punto di riferimento ineludibile ed indispensabile figura di confronto nel settore che diventerà sempre più importante ed anche molto, molto complesso, come quello della previdenza sociale.

Qui le sue qualità e le sue conoscenze seppero portarlo a responsabilità davvero significative, fino a divenire praticamente una figura di riferimento nazionale per tanti. Lo aiutava in questo la solidissima base di elaborazione e di esperienza sindacale, che l'aveva portato anche a diventare il collaboratore più stretto e l'amico fraterno di Luciano Lama, storico ed amato leader dei lavoratori italiani.

Caro Renzo, hai saputo attraversare ed incontrare diverse generazioni nel tuo lungo e pur breve cammino. Hai saputo entrare in un rapporto vero e profondo con gli uomini e le donne di questa parte dell'Italia, militanti e dirigenti del suo movimento operaio e democratico. E pur ricoprendo responsabilità sempre maggiori, hai saputo mantenere fermo e solido, negli anni, il legame con la tua gente, con la tua Cremona.

A tua moglie Lina, cara compagna della tua vita; a tuo figlio Claudio, di cui andavi sinceramente orgoglioso, a tutti i tuoi famigliari, ai tanti compagni ed alle tante compagne che ti hanno conosciuto e stimato, a noi tutti mancherà la tua presenza, la tua vicinanza.

Ci mancheranno il tuo sorriso amichevole, i tuoi pareri puntuali ed argomentati, i tuoi rimbrotti scherzosi.

Caro Renzo, ora sei giunto al termine della tua vita e noi, riuniti in questa nostra comunità, segnata dai colori delle bandiere che hanno accompagnato la tua e la nostra vita, dandoti questo estremo saluto, vogliamo dirti di riposare sereno.

Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerti e di volerti bene e di averti al nostro fianco nel lungo cammino per l'emancipazione delle classi più umili della nostra terra - pur commossi e rattristati per la tua scomparsa - possiamo dirti con dolcezza e convinzione, come si dice nella tua, nella nostra Cremona: vai, caro Renzo, caro compagno Antoniazzi, hai fatto fino in fondo la parte del tuo dovere. Che la terra ti sia lieve, non ti dimenticheremo.

Gian Carlo Corada, Sindaco di Cremona

Cremona, 19 ottobre 2005
a cura di deo fogliazza



Dicono di lui


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Renzo Antoniazzi, il socialista nel pci.


Renzo Antoniazzi l’ho conosciuto nel settembre del 1967 a Stagno Lombardo. Allora era “ capo”, termine non enfatico e corrispondente alla semplice realtà, della Federbraccianti Cgil di Cremona. Era in corso uno sciopero dei braccianti.. gli agrari avevano organizzato delle “ squadre” che “ visitavano” le cascine per “ controllare” che non si ripetesse quanto avvenuto nel ’48 con lo sciopero dei 40 giorni che lasciò le mucche piangere nelle stalle perché non munte. Noi, con altri studenti della fgci, eravamo con i braccianti a sostenere le loro lotte.
L’impatto fu subito positivo.. Nonostante avesse il piglio “ del capo comunista” era solare.. Parlava chiaro, dava disposizioni precise, zittiva quelli che volevano fare come nel ’48…e cioè abbondare le stalle… In quello sciopero si discusse molto delle forme di lotta, e lui il “ Renzo” o l’” Antonio” come veniva amichevolmente chiamato dai compagni sosteneva quella che altri chiamavano la linea “ morbida”… Durante quella giornata parlò molto con noi…Si informava su chi eravamo..dove studiavamo ecc. Era molto attento alle nostre sensazioni…
Il suo sorriso era aperto, largo e simpatico… Un dirigente tutto d’un pezzo.
Solo nel dibattito nella direzione della federazione comunista cremonese dopo l’intervento russo in cecoslovacchia ho conosciuto l’Antoniazzi politico. Le sue posizioni erano chiare e di ferma condanno dell’intervento sovietico con la “ primavera di Praga”. I suoi duelli con l’ala dura del pci, Arnaldo Bera, era spumeggianti. Insomma noi giovani “ antosvietici” guardavamo a questo ed altri dirigenti come al futuro del PCI. Allora , ufficialmente , il pci era monolitico…ma non era così.. Antoniazzi apparteneva alla corrente “ migliorista”, era vicino a Napolitano , ad Amendola, amico di Lama. Faceva parte di quegli uomini che guardavano al partito socialista e che lavoravano per l’unità della sinistra sotto un unico partito. Da segretario della Cgil Cremonese seppe guidare i processi di crisi delle fabbriche con maestria…. Lavorava per l’accordo…Sosteneva le occupazioni dei lavoratori ma lavorava per soluzioni positive.. Era stimato dai lavoratori ed ammirato dalle donne. Alto,slanciato, sorridente piaceva …sapeva tenere bene le assemblee, la piazza… Era un dirigente stimato ed aperto.
“ Diffida, mi diceva, di chi non ride mai”.
Noi giovani lo sostenemmo candidato al parlamento in alternativa ad Evelino Abeni, allora segretario della Federazione Cremonese del pci. Fu un buon parlamentare.. Si occupò per davvero dei problemi dei suoi elettori, della sua gente. Sapeva fare il “ mestiere” del politico ma sapeva rappresentare bene i suoi elettori. Il legame con la Cgil era sempre forte… Si battè con la dovuta forza contro il terrorismo … Osteggiava con determinazione quella benevola definizione che girava in alcuni ambienti della sinistra che tendeva a dipingere i terroristi come “ i compagni che sbagliano”. Forte ed appassionato fu un suo intervento al Cittanova per dimostrare che quelli non erano “ compagni che sbagliavano”, ma terroristi, delinquenti che nulla avevano a che vedere con la nostra storia comunista e di sinistra… Nel partito mi ricordo le sue insofferenze verso il Berlinguer dell’ultima fase; il Berlinguer che decise di raccogliere le firme per sostenere il referendum sulla scala mobile. Aveva previsto la sconfitta e la fine di una fase politica. Sostenne con convinzione la svolta di Occhetto e assieme a lui organizzammo il congresso della svolta. Un uomo che si era fatto carico della identità dei pci ma che aveva avvertito i suoi limiti e la necessità di porre fine alla divisione a sinistra.
Un uomo unitario che lavorava per la classe operaia e per chi aveva sofferto per le umili origini.
Un uomo di sinistra, un socialista nel pci.
Un sentito grazie per la passione che ci hai trasmesso.
Gian Carlo Storti

cremona 17 ottobre 2005
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Botta e risposta fra Evelino Abeni e Gian Carlo Storti sulla candidatura di Renzo Antoniazzi al Senato.

Caro Direttore,
la memoria deve aver giocato uno scherzo a Gian Carlo Storti (capita talvolta anche a me che peraltro sono più vecchio di lui) se – all’interno di una nota che rende omaggio alla memoria di Renzo Antoniazzi, autorevole esponente della sinistra cremonese, purtroppo recentemente scomparso – ha potuto scrivere che “noi giovani lo sostenemmo candidato al Parlamento in alternativa a Evelino Abeni, allora segretario della federazione cremonese del Pci”. Infatti il problema di una mia candidatura al Parlamento non si è mai posto, né allora, né prima, né poi, per tutta una serie di ragioni che non mi pare il caso qui di elencare. Basti soltanto sottolineare che, in quel 1979, ero impegnato a dirigere il partito in una fase difficile e delicata, che sconsigliava di mettere in campo ipotesi di avvicendamento relativamente al segretario dlla Federazione. Non si trascuri poi che – allora – avevo trentotto anni e non possedevo neppure il requisito dell’età per poter essere eletto al Senato della Repubblica (non ero, insomma, fra i “giovani” come Storti… ma non ero neppure un vecchietto). In sostanza se – per poter parlare di una candidatura alternativa ad Antoniazzi – i requisiti minimi dovevano essere, perlomeno, che vi fosse una proposta in tal senso e che la stessa riscontrasse la condivisione da parte dell’interessato (cioè io), quei requisiti non vi furono. E, meno che mai, vi fu una mia autocandidatura né la mia disponibilità per l’attività parlamentare, certamente lusinghiera e prestigiosa per chi p chiamato a svolgerla, ma che non rientrava nei miei orizzonti di interesse, proiettati – nei miei desideri di allora – in altre direzioni, relativamente alle mie possibili esperienze future. Esperienze che – successivamente all’abbandono della carica di segretario della Federazione – ebbi l’opportunità di fare (vedi elezione in consiglio Regionale) grazie alla fiducia e al consenso ottenuto dal partito e dagli elettori.
Semmai si volesse parlare di una alternativa alla candidatura di Antoniazzi, nel 1979, ci si dovrebbe riferire all’ipotesi di rielezione – per un terso mandato parlamentare – del senatore Giuseppe Garoli, che aveva sì compiuto due mandati (secondo le regole di comportamento che ci eravamo dati alla federazione di Cremona) ma che risultarono più brevi rispetto ai previsti dieci anni, in ragione di due consecutivi scioglimenti anticipati del Parlamento. Di quello discutemmo allora, assieme alla direzione nazionale del partito ed al Gruppo comunista del
Senato. E non fu certo una discussione logorante, dal momento che fu lo stesso Garoli – con la sensibilità, la correttezza, la disponibilità verso il partito, e la personale umiltà che lo contraddistinguevano – a dichiarare la sua rinuncia nonostante potesse annoverare un’apprezzata attività parlamentare ampiamente riconosciutagli, soprattutto quale responsabile del Pci nella commissione lavoro del Senato (incarico in cui gli subentrò Antoniazzi dopo la sua elezione). In seguito alla rinuncia di Garoli, la candidatura di Renzo Antoniazzi trovò il sostegno unanime del gruppo dirigente della federazione, e di tutto il partito sia a livello cremonese che a livello nazionale.
Questa è la realtà dei fatti relativamente alla vicenda delle candidature del Pci a Cremona in quel 1979 (e, diversamente da quel che talvolta mi accade, di tale vicenda ho un nitido ricordo, avendola vissuta, come si comprende, in prima persona e, rispetto alla quale, potrei fornire altri utili elementi di conoscenza, che però non mi par il caso di riprendere qui, in questo momento). Né io, né, credo, probabilmente Gian Carlo Storti, abbiamo in mente di ricavarci una nicchia nella storia… ma semmai qualcuno, un giorno, avesse in mente di scrivere di quei momenti, è bene che abbia modo di riferirsi agli esatti dati di fatto.
Evelino Abeni
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Risponde Gian Carlo Storti:
Caro compagno Evelino Abeni, quando ho scritto, non da storico ma come persona, quel ricordo di Renzo Antoniazzi l’ho fatto per testimoniare pubblicamente, io che sono un personaggio minore, molto minore della politica cremonese, il ringraziamento ad una persona che ha dato fiducia, per le sue idee, ad un gruppo di giovani, entrato nel Pci, dopo le lotte studentesche del ‘68, che vedeva allora un partito in bilico fra la strada “ socialdemocratica” e “ l’innovazione , il rinnovamento, delle ideologie leniniste e comuniste”, dilemma “risolto” dopo qualche anno da Berlinguer con la “ Terza via al Comunismo”. Fui sinceramente felice che Renzo Antoniazzi diventò senatore . In questo modo si rafforzava, per lo meno a livello nazionale, quella linea chiamata “ migliorista” ancora troppo debole numericamente. In quegli anni infatti il sindacato, per usare un termine non scientifico ma che rende l’idea, era piu’ a destra del partito. Ricordo della posizione della Cgil contro l’intervento russo in Ungheria ecc. Nella Cgil l’unità del mondo del lavoro e l’unità socialista rappresentavano per davvero un obiettivo di breve termine ecc. Ti do atto che nel ricordare Antoniazzi avrei potuto evitare di scrivere in alternativa “ad Evelino Abeni, allora segretario della Federazione Cremonese del Pci”. Avrei dovuto rimanere sulle generali e valorizzare di più un’altra figura . Il compagno Giuseppe Garoli, appunto, che con il suo passo indietro favorì sicuramente la candidatura di Antoniazzi e l’unità degli organi dirigenti, bene a cui tutti allora tenevamo. Confermo che al momento del voto negli organi dirigenti non esisteva la tua candidatura, né tantomeno una tua auto-candidatura. Garoli rinunciò al terzo mandato e si propose Antoniazzi che all’unanimità venne eletto. Sicuramente, è certo, gli anni che scorrono appannano la memoria. Altra certezza è che dei fatti non esiste una sola lettura (una sola verità) ma interpretazioni diverse. Il senso del mio ragionamento, che non ho esplicitato, è che tu allora eri portatore di una linea politica diversa, o con sfumature molto diverse da quella di Antoniazzi, e io questo lo avvertivo molto bene nonostante la mia giovane età. Allora il Pci aveva questa grande capacità di fare unità sui gruppi dirigenti anche se le linee politiche erano molto differenti. Di queste cose si discusse, come si discusse anche di un prolungamento della riconferma di Garoli per altri quattro anni, appunto per dare la possibilità a te, che come tu stesso hai ricordato avevi solo 38 anni, di esercitare ancora il ruolo di segretario di federazione per qualche tempo. La saggia e lungimirante scelta di Garoli tolse tutti dall’imbarazzo e andò come tutti ormai sanno. Mi scuso se la citazione della tua persona ti ha creato disagio. Non volevo sicuramente, come del resto non è mio costume, raccontare cose e fatti diversi della realtà. Al massimo, la realtà la posso leggere diversamente da altri. Con immutata stima, cordiali saluti.
Gian Carlo Storti.

Cremona 30 ottobre 2005
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· materiale raccolto ed ordinato da Gian Carlo Storti
· cremona, febbraio 2006



 


       



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